Immagine

Indice Dizionario




Ricerca

Ricerca Veloce
»
Digitare una sola parola (per "Contratto a termine" digitare "termine")

oppure vai alla
Ricerca Avanzata »



Wikilabour







Amministrazione



Immagine







Questa voce è stata curata da Francesca Ajello






Scheda sintetica

Le prestazioni di lavoro accessorio sono a oggi definite dalla legge come le attività lavorative di natura meramente occasionale che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 7.000 euro nel corso di un anno solare.

In sostanza, quando si parla di lavoro accessorio, ci si riferisce a quei rapporti di lavoro che hanno a oggetto tutte quelle attività lavorative, che non possono essere ricondotte a tipologie contrattuali tipiche di lavoro subordinato o di lavoro autonomo, in quanto vengono prestate in via saltuaria e si pongono in posizione ausiliaria e funzionale rispetto ad una attività o situazione principale.
La principale peculiarità del lavoro accessorio è senz’altro rappresentata dal meccanismo di pagamento del corrispettivo, fondato sul sistema dei buoni: il credito dovuto al lavoratore viene, infatti, cartolarizzato in voucher aventi un valore nominale totale, comprendente, oltre al compenso spettante al lavoratore, anche quote per la gestione separata INPS, per l’assicurazione INAIL e una quota ulteriore a favore dell’INPS per la gestione del servizio.

Il legislatore si è occupato del lavoro occasionale accessorio, per la prima volta, nel 2003, introducendo una serie di norme finalizzate ad intervenire, contrastandole, sulle forme di lavoro marginali generalmente caratterizzate da pagamenti in nero.
Il D.Lgs. 276/03, oltre a dettare una prima definizione dell’istituto, ne aveva individuato i confini applicativi, prevedendo che il lavoro accessorio potesse essere svolto solo relativamente a determinati tipi di attività (ad esempio, piccoli lavori domestici a carattere straordinario, collaborazioni per lo svolgimento di lavori di emergenza, realizzazione di manifestazioni, ecc.) e la sua disciplina fosse applicabile solo ad alcune tipologie di lavoratori (ad esempio, casalinghe, studenti, pensionati, disabili, ecc.).
Da allora, l’istituto ha subito numerose modifiche che ne hanno gradualmente ridisegnato i confini, estendendone significativamente i limiti e il campo di applicazione.
L’attuale disciplina del lavoro accessorio è contenuta nel decreto legislativo n. 81 del 2015 – uno dei decreti attuativi della legge delega n. 183 del 2014, c.d. Jobs Act –, la cui entrata in vigore, avvenuta il 24 giugno 2015, ha comportato l’integrale abrogazione della previgente regolamentazione, dettata dagli articoli da 70 a 74 del decreto legislativo n. 276 del 2003.
La riforma del 2015, pur non stravolgendo la fisionomia complessiva dell’istituto, ha tuttavia introdotto alcune importanti novità, tra cui:
  • l’ innalzamento da 5000 a 7000 euro del compenso massimo che il prestatore di lavoro accessorio può percepire su base annua dalla totalità dei suoi committenti (rimane invece fermo a 2000 euro il compenso massimo percepibile da parte di ciascun singolo committente);
  • l’ introduzione in via definitiva della possibilità di svolgere prestazioni di lavoro accessorio, nel limite di 3000 euro all’anno, da parte di chi percepisce prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito (la disciplina previgente contemplava tale possibilità solo per il biennio 2013-2014);
  • l’introduzione del divieto di ricorrere al lavoro accessorio nell’ambito dell’esecuzione di appalti di opere o servizi (fatte salve le specifiche ipotesi che saranno individuate con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentite le parti sociali) ;
  • la previsione dell’ obbligo, per gli imprenditori e i professionisti che ricorrono a prestazioni di lavoro accessorio, di dare preventiva comunicazione alla Direzione territoriale del lavoro dei dati del lavoratore e del luogo della prestazione .












Normativa di riferimento

  • Decreto Legislativo 10 settembre 2003, n. 276
  • Legge 28 giugno 2012 n. 92, recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita
  • Decreto Legge 28 giugno 2013, n. 76, convertito in Legge 9 agosto 2013, n. 99
  • Decreto Legislativo 15 giugno 2015, n. 81, recante disposizioni in materia di disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in materia di mansioni, a norma dell’art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183









A chi rivolgersi

  • Ufficio vertenze sindacale
  • Studio legale specializzato in diritto del lavoro









Scheda di approfondimento



Nozione e campo di applicazione

Come anticipato, il lavoro accessorio è stato introdotto con il D.Lgs. 276/2003 con l’esplicito scopo di regolamentare le forme di lavoro marginali generalmente caratterizzate dal pagamento del compenso in nero, al fine di favorire l’emersione di queste forme di lavoro.

La definizione e la disciplina dell’istituto hanno subito, negli anni, numerosi mutamenti, a partire da quelli introdotti con la riforma del 2012, che ha eliminato i requisiti oggettivi e soggettivi previsti in precedenza, che limitavano il campo di applicazione dell’istituto sia in riferimento al tipo di attività svolta sia in riferimento ai soggetti coinvolti: ora la normativa in esame è applicabile a tutti i settori produttivi, a qualunque committente (compresi i committenti pubblici, con l’unico limite dei vincoli di spesa generalmente previsti dalla legge) e a qualunque lavoratore .

Il Pacchetto Lavoro del 2013 ha poi eliminato, dalla definizione legislativa, il riferimento alla “natura meramente occasionale” delle prestazioni, chiarendo una volta per tutte che l’unico parametro in base al quale verificare la legittimità del ricorso a quest’istituto è rappresentato dal rispetto dei limiti economici stabiliti dalla legge .

A tal proposito, la legge, fino a giugno 2015, prevedeva che il lavoratore, nel corso dell’anno solare, potesse percepire, a titolo di lavoro accessorio, non più di 5000 euro dalla totalità dei committenti, e – nel caso di prestazioni rese nei confronti di committenti imprenditori o professionisti – non più di 2000 euro da ciascun singolo committente.
La riforma del 2015 ha innalzato il limite annuo complessivo a 7000 euro , lasciando invece inalterato il limite di 2000 euro per singolo committente imprenditore o professionista .
Entrambi i limiti vanno intesi come netti e saranno annualmente rivalutati sulla base della variazione dell'indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati.

Prestazioni di lavoro accessorio possono essere rese, in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali, anche da percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito; in tal caso, però, opera il più stringente limite complessivo di 3.000 euro annui di compenso . Questa possibilità, originariamente prevista solo per il biennio 2013/2014, è stata resa definitiva e strutturale dal d.lgs. 81/2015 (art. 48, comma 2).

Una particolare limitazione all’utilizzo di lavoro accessorio è stata introdotta dalla riforma del 2015: l’art. 48, co. 6, del d.lgs. 81/2015 prevede infatti il divieto di ricorrere a prestazioni di lavoro accessorio nell'ambito dell'esecuzione di appalti di opere o servizi , fatte salve le specifiche ipotesi individuate con decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, sentite le parti sociali, da adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto.

La riforma del 2015 ha infine confermato i previgenti limiti relativi al ricorso al lavoro accessorio nell’ambito del settore agricolo ; a tal proposito, l’art. 48, co. 3, d.lgs. 81/2015 prevede in particolare che, nel settore agricolo:
  1. in caso di aziende con volume d’affari superiore a 7000 euro annui, il lavoro accessorio è ammesso solo per lo svolgimento di attività agricole di carattere stagionale, e può essere svolto solo da pensionati e da giovani con meno di venticinque anni di età se regolarmente iscritti ad un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado, compatibilmente con gli impegni scolastici, ovvero in qualunque periodo dell’anno se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso l’università;
  2. in caso di produttori agricoli che nell’anno solare precedente hanno realizzato o, in caso di inizio di attività, prevedono di realizzare un volume d’affari non superiore a 7.000 euro, costituito per almeno due terzi da cessioni di prodotti agricoli e ittici compresi nella prima parte della tabella A) del d.P.R. 633/1972, il lavoro accessorio è ammesso in qualsiasi tipologia di lavoro agricolo, anche non stagionale, e può essere svolto da qualsiasi soggetto, purché non sia stato iscritto l’anno precedente negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli.







Disciplina

Fatto salvo che per quel che riguarda il corrispettivo, la legge non prevede una disciplina organica dell’istituto.
Conseguentemente, risulterà di volta in volta necessario verificare se la concreta modalità di adempimento della prestazione e l’effettivo assetto di interessi sottostante al rapporto siano conformi alla nozione di lavoro accessorio fornita dalla legge, in modo da poter valutare se non si celino altre forme di lavoro o non si entri nell’area della subordinazione.

Inoltre, qualche problema potrebbe sorgere relativamente alla controllo della soglia di 7.000 euro annui, sia per quanto concerne le modalità di verifica, sia per quanto concerne le conseguenze derivanti dal superamento della soglia fissata dalla legge.
Secondo i primi commentatori, tale verifica potrebbe avvenire attraverso un’autodichiarazione del prestatore di lavoro, che, in caso di uso dell’istituto oltre il limite, dovrebbe seguire subire ripercussioni sullo stato di disoccupazione e in riferimento ai trattamenti previdenziali ed assistenziali.

Va poi segnalato che, in base al terzo comma dell’art. 49 del d.lgs. 81/2015, i committenti imprenditori o professionisti che ricorrono a prestazioni occasionali di lavoro accessorio sono ora tenuti, prima dell’inizio della prestazione, a comunicare alla direzione territoriale del lavoro competente, con modalità telematiche (ivi compresi mail e posta elettronica), i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore, e a indicare il luogo della prestazione con riferimento a un arco temporale non superiore ai 30 giorni successivi.

Il d.lgs. 81/2015, in linea con la disciplina previgente, prevede infine che i compensi percepiti a titolo di lavoro accessorio sono computati ai fini della determinazione del reddito necessario per il rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno dei lavoratori stranieri.







Modalità di pagamento

Come anticipato, la caratteristica fondamentale del lavoro accessorio risiede nel particolare meccanismo di liquidazione del compenso. Esso è infatti fondato su un sistema di buoni che cartolarizzano il credito dovuto al lavoratore.

In pratica, il beneficiario-committente della prestazione di lavoro acquista, presso le rivendite autorizzate (ossia, direzioni provinciali INPS o tabaccai) o telematicamente, uno o più carnet di buoni aventi valore predefinito, che, al momento del pagamento, consegna poi al lavoratore nella quantità pattuita.
Per percepire effettivamente il proprio compenso, il prestatore di lavoro accessorio presenta i buoni al concessionario individuato tramite decreto del Ministro del lavoro, il quale, oltre che versargli il corrispondente in denaro, si occupa direttamente del versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali.

I buoni hanno un valore nominale fissato attualmente dal d.lgs. 81/2015 in 10 euro (nel settore agricolo il valore nominale è invece pari all’importo della retribuzione oraria delle prestazioni di natura subordinata individuata dal contratto collettivo stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale). Detto valore comprende:
  • il compenso dovuto al lavoratore;
  • una quota previdenziale destinata alla gestione separata INPS (13%);
  • una quota per l’assicurazione INAIL (7%);
  • una quota ulteriore a favore dell’INPS per la gestione del servizio (5%).




Casistica di decisioni della Magistratura in tema di lavoro accessorio

  1. Il lavoro accessorio è soggetto unicamente ai limiti quantitativi previsti dalla legge, relativi al reddito del lavoratore. Ne consegue che nessun rilievo, quanto alla disciplina applicabile, può avere il fatto che la prestazione sia resa nelle forme tipiche della subordinazione, che il datore di lavoro impieghi i lavoratori accessori nell’ambito produttivo caratterizzante l’impresa o che il lavoro accessorio sia utilizzato in modo massivo. (Trib. Milano 26/5/2016 n. 429, Est. Berti, in Riv. It. Dir. Lav. 2016, con nota di G. Marchi, “”La quantificazione del lavoro accessorio ‘non più occasionale’”, 95)










ScrewTurn Wiki ver. 3.0.5.600. Some of the icons created by FamFamFam. Hosted by Sintel srl