Lavoratore svantaggiato

Modificata il giovedì, 23 luglio 2015 02:04 da redazione — Categorizzata come: Mercato del lavoro, Rapporto di lavoro - Costituzione

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Definizione

La definizione di "lavoratore svantaggiato" è contenuta nell'art. 13 del Decreto Legislativo 10 settembre 2003, n. 276.
Essa si distingue concettualmete e normativamente, in quanto decisamente più ampia e fumosa, dal concetto di lavoratore disabile.

Il citato articolo 13 del Decreto, fondamentalmente, contiene una disciplina specifica per il collocamento dei lavoratori svantaggiati attraverso la promozione del coordinamento tra le agenzie di somministrazione e le istituzioni pubbliche.
Il presupposto per l’applicazione delle previsioni in parola è l’emanazione di una normativa regionale d’attuazione e, in attesa di questa, “in presenza di una convenzione tra una o più agenzie autorizzate alla somministrazione di lavoro” e gli enti locali (sesto comma).

In primo luogo occorre rammentare la definizione che l’art. 2 dà di lavoratore svantaggiato: “qualsiasi persona appartenente a una categoria che abbia difficoltà a entrare, senza assistenza, nel mercato del lavoro ai sensi dell'articolo 2, lettera f) del regolamento (CE) n. 2204/2002” e della legge sulle cooperative sociali; tale regolamento, a sua volta, fa un elenco molto vasto ed eterogeneo di soggetti considerati svantaggiati, tutti accomunati da una (potenziale e) particolare difficoltà a trovare un posto di lavoro in quanto meno appetibili per i datori di lavoro.

Gli atti legislativi ai quali l’art. 2 d.lgs 276/2003 rinvia fanno riferimento ad un vasto pubblico di soggetti tra cui:

Il principio di politica del diritto su cui è incardinata la disciplina è quella di sostituire il modello dello “stato sociale assistenziale” (welfare, nell’accezione più dispregiativa) con quello di workfare, cioè un modello che incentivi il soggetto in cerca di lavoro ad attivarsi, partecipando ad attività formativo-professionali e di inserimento lavorativo.