Mobilità (procedura di)

Modificata il venerdì, 08 aprile 2016 10:10 da redazione — Categorizzata come: Ammortizzatori sociali (cassa integrazione e altro), Licenziamento, Previdenza e assistenza, Rapporto di lavoro - Risoluzione, Sindacati - Diritti sindacali - Accordi sindacali

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Questa voce è stata curata da Isabella Digiesi e Alexander Bell






Scheda sintetica

Con il termine mobilità si indica una serie di misure previste dalla legge al fine di agevolare il reimpiego e garantire il reddito dei lavoratori licenziati a seguito di una particolare procedura di riduzione del personale (c.d. licenziamento collettivo).

La procedura di mobilità è la procedura specifica avviata dall’imprenditore che desideri effettuare la messa in mobilità di alcuni o tutti i dipendenti.

Tale procedura, ai sensi della Legge del 23 luglio 1991 n. 223, viene avviata qualora:

Prima delle riforme del mercato del lavoro del 2012 (c.d. Riforma Fornero) e del 2015 (c.d. Jobs Act), la legge prevedeva tre tipi di intervento a favore dei lavoratori messi in mobilità:

L’insieme degli strumenti previdenziali a sostegno del reddito dei lavoratori in caso di disoccupazione è stato oggetto di profonde modifiche nell’ultimo quinquennio.
Dapprima, la Riforma Fornero (Legge 92/2012) ha disposto l’abrogazione, a decorrere dal 1° gennaio 2017, delle norme della legge n. 223/1991 che disciplinano le liste di mobilità, l’indennità di mobilità e il collocamento dei lavoratori in mobilità; la riforma prevedeva in particolare che i lavoratori licenziati a partire dal 31 dicembre 2016 non avrebbero più potuto essere collocati in mobilità ordinaria, ma avrebbero beneficiato esclusivamente di due nuove prestazioni di disoccupazione introdotte dalla stessa legge 92/2012, l’AspI e la mini Aspi.
Il successivo decreto legislativo n. 22 del 2015 – adottato dal Governo per dare attuazione al Jobs Act (legge delega n. 183 del 2014) – ha confermato il superamento dell’indennità di mobilità a decorrere dal 1° gennaio 2017, ma ha sostituito l’AspI e la mini Aspi con un nuovo strumento previdenziale, la Nuova Assicurazione sociale per l’impiego (c.d. NASPI), che per espressa indicazione del legislatore si applica “agli eventi di disoccupazione verificatisi dal 1° maggio 2015”.
In forza di quest’ultimo intervento normativo, dunque, a partire dal 1° gennaio 2017 la NASPI assorbirà l’indennità di mobilità; fino ad allora, in caso di licenziamento collettivo, ai sensi degli artt. 4 e 24 della legge n. 223/1991, i lavoratori non saranno liberi di scegliere tra queste due prestazioni previdenziali, ma beneficeranno esclusivamente dell’indennità di mobilità (come chiarito dall’INPS nella circolare n. 142 del 29 luglio 2015).











Fonti normative












A chi rivolgersi












Procedura di mobilità

Le imprese ammesse al trattamento di integrazione salariale straordinaria che nel corso del programma di ristrutturazione, riorganizzazione o riconversione ritengano di non essere in grado di garantire il reimpiego di tutti i lavoratori sospesi, né di ricorrere a procedure alternative, possono avviare la procedura di mobilità per i lavoratori in esubero.

La medesima procedura deve essere avviata anche dalle imprese con più di 15 dipendenti che intendano effettuare almeno 5 licenziamenti, nell’arco di 120 giorni, in conseguenza della cessazione dell’attività ovvero della riduzione o trasformazione dell’attività o del lavoro.

Le imprese che attivano una procedura di mobilità sono tenute, anzitutto, a darne preventiva comunicazione, per iscritto, alle rappresentanze sindacali aziendali, nonché alle rispettive associazioni di categoria.

In mancanza delle predette rappresentanze la comunicazione deve essere indirizzata, anche per il tramite dell'associazione dei datori di lavoro alla quale l'impresa aderisce o conferisce mandato, alle associazioni di categoria aderenti alle confederazioni dei lavoratori maggiormente rappresentative sul piano nazionale (art.4, comma 2, Legge 223/1991).

Con la suddetta comunicazione prende quindi avvio una fase di confronto con i sindacati, finalizzata a consentire a questi ultimi di verificare l’effettività e l’inevitabilità, totale o parziale, del ridimensionamento dell’organico programmato dall’impresa.

La Riforma Fornero (Legge 92/2012) ha previsto che i vizi della comunicazione di apertura della procedura sindacale possano essere sanati, a ogni effetto di legge, da un accordo sindacale concluso nel corso della procedura medesima.
Ciò significa che il lavoratore che intenda impugnare il licenziamento non potrà più far valere un eventuale vizio della comunicazione iniziale alle organizzazioni sindacali, qualora la procedura si sia conclusa con un accordo sindacale che dia atto della regolarità della consultazione.



Contenuto della comunicazione

La legge prevede che la comunicazione inviata ai sindacati debba contenere l’indicazione:

Alla comunicazione deve essere altresì allegata copia della ricevuta del versamento all’INPS del c.d. contributo di ingresso (somma pari al trattamento massimo mensile di integrazione salariale moltiplicato per il numero di lavoratori che si intende licenziare).





Esame congiunto con le strutture sindacali

A richiesta delle rappresentanze sindacali e delle rispettive associazioni, entro sette giorni dalla ricezione della comunicazione si procede ad un esame congiunto tra le parti, allo scopo di esaminare le cause che hanno contribuito a determinare l'eccedenza di personale e la possibilità di un sia pur parziale riassorbimento di esso anche attraverso contratti di solidarietà e forme flessibili di gestione del tempo di lavoro.

Qualora non sia possibile evitare la riduzione di personale, le parti esaminano altresì la possibilità di ricorrere a misure sociali di accompagnamento intese, in particolare, a facilitare la riconversione e la riqualificazione dei lavoratori licenziati.

L’esame può concludersi con un accordo, attraverso il quale le parti possono prevedere:

La fase dedicata all’esame congiunto tra le parti deve concludersi entro 45 giorni dalla data del ricevimento della comunicazione dell'impresa.
Decorso questo termine, l'impresa comunica alla Direzione provinciale del lavoro i risultati della consultazione e i motivi dell'eventuale esito negativo (la comunicazione va indirizzata al competente Ufficio regionale se le unità produttive interessate sono ubicate in diverse province della stessa regione, al Ministero del lavoro se si tratta di unità dislocate in diverse regioni).

I termini prescritti per lo svolgimento dell'esame congiunto sono ridotti alla metà, qualora il numero dei lavoratori eccedenti sia inferiore a dieci.





Esame con la Direzione provinciale del lavoro

Quando l’esame congiunto ha dato esito negativo o non si è svolto perché non richiesto dalle associazioni sindacali, la Direzione provinciale del lavoro ha il potere di convocare le parti per un ulteriore esame e può formulare proposte per il raggiungimento di un accordo.
Tale ulteriore esame deve concludersi entro 30 giorni, termine che decorre dalla data di ricevimento della comunicazione dell'impresa.
I termini per lo svolgimento dell'esame dinanzi alla Direzione provinciale del lavoro sono ridotti alla metà qualora il numero dei lavoratori eccedenti sia inferiore a dieci.





Criteri di individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità

La selezione dei licenziandi viene effettuata unilateralmente dal datore di lavoro, ma non è libera.
L'individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità deve avvenire in relazione alle esigenze tecnico-produttive e organizzative del complesso aziendale, nel rispetto dei criteri previsti dai contratti collettivi stipulati, ovvero, in mancanza, nel rispetto dei seguenti criteri, in concorso tra loro:

Il licenziamento collettivo della lavoratrice madre è consentito solo in caso di cessazione dell’attività dell’azienda.
In ogni caso deve essere tutelata la proporzione della manodopera femminile occupata nelle mansioni esuberanti, essendo espressamente vietata ogni forma di discriminazione per sesso, diretta ed indiretta.





Comunicazione del recesso

Raggiunto l'accordo sindacale, o, comunque, esperita la procedura descritta, l'impresa ha facoltà di licenziare gli impiegati, gli operai e i quadri eccedenti, comunicando per iscritto a ciascuno di essi il recesso, nel rispetto dei termini di preavviso e senza necessità di specifica motivazione, bastando il richiamo alla natura collettiva del recesso ed alla procedura svolta.
I licenziamenti possono essere scaglionati, ma entro il limite massimo di centoventi giorni dalla conclusione della procedura, salvo diversa indicazione nell’eventuale accordo sindacale.





Comunicazione dei licenziamenti agli enti pubblici e al sindacato

Il datore di lavoro, entro 7 giorni dalla comunicazione dei singoli recessi, deve comunicare per iscritto ai competenti uffici pubblici, nonché ai sindacati rappresentati in azienda, o in mancanza a quelli maggiormente rappresentativi, l’elenco dei lavoratori licenziati, indicando in particolare:











Il regime sanzionatorio in caso di licenziamento collettivo intimato in violazione della disciplina stabilita dalla legge

La legge 92/2012 (c.d. legge Fornero) e il decreto legislativo 23/2015 (attuativo della legge delega 183/2014, c.d. Jobs Act) hanno introdotto significative novità in materia di sanzioni applicabili in caso di licenziamento collettivo illegittimo; novità che hanno quale comun denominatore il progressivo abbandono del meccanismo sanzionatorio della reintegrazione nel posto di lavoro (che costituiva il baricentro del sistema di tutele previsto dalla legge 223/1991) a favore del versamento di una mera indennità risarcitoria al lavoratore licenziato.

In particolare, la riforma del 2012 ha introdotto un regime sanzionatorio così articolato:

Il d.lgs. 23/2015 (che contiene la disciplina del “contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti”), dal canto suo, ha ulteriormente eroso il campo applicativo della tutela reintegratoria, in particolare escludendo l’obbligo di reintegrazione del lavoratore nel caso di violazione dei criteri di scelta.

In base a quest’ultima novità legislativa – che interessa tutti i lavoratori assunti dopo l’entrata in vigore del decreto (7 marzo 2015) –, il meccanismo sanzionatorio dei licenziamenti collettivi è così declinato (art. 10):











Iscrizione nelle liste di mobilità

Le tipologie di lavoratori che possono avere accesso alle liste di mobilità sono le seguenti:



Incentivi previsti

Il legislatore ha previsto rilevanti agevolazioni contributive a favore delle aziende che decidano di assumere lavoratori disoccupati inseriti nelle liste di mobilità.

Gli incentivi previsti sono così determinati:

In base alla norma introdotta dall'art. 2, comma 1 della Legge del 19 luglio 1994, n. 451, che ha convertito il D.Lgs. 299/1994, il diritto ai benefici economici previsti ai precedenti punti non sussiste con riferimento ai lavoratori che siano stati collocati in mobilità, nei sei mesi precedenti, da parte di imprese dello stesso o di diverso settore di attività che, al momento del licenziamento, presentino assetti proprietari sostanzialmente coincidenti con quelli dell'impresa che assume ovvero risultino con quest'ultima in rapporto di collegamento o controllo.

La Riforma Fornero (Legge 92/2012) ha disposto l’abrogazione, a decorrere dal 1° gennaio 2017, delle predette agevolazioni contributive .











L’indennità di mobilità

L’indennità di mobilità è una prestazione di disoccupazione che compete ai lavoratori iscritti nelle liste di mobilità dalla loro azienda a seguito di:

In particolare, tale l'indennità compete a tutti i dipendenti licenziati da imprese industriali che occupino più di quindici dipendenti, oppure da imprese commerciali che occupino più di cinquanta dipendenti.

La Riforma Fornero (Legge 92/2012) ha disposto la soppressione dell’indennità di mobilità a partire dal 1° gennaio 2017.




Lavoratori beneficiari

Possono beneficiare dell'indennità di mobilità i seguenti lavoratori:

Pertanto, sono esclusi dal beneficio dell’indennità di mobilità:





Requisiti necessari

L’indennità può essere liquidata soltanto ai lavoratori in possesso dei seguenti requisiti:

Inoltre i lavoratori per poter beneficiare dell’indennità non devono essere titolari di pensione di anzianità o anticipata e non dovranno aver maturato il diritto alla pensione di vecchiaia.

I titolari di pensione o assegno di invalidità (a norma del D.L. 40/94) dovranno invece optare, all’atto dell’iscrizione nelle liste di mobilità, tra tali trattamenti e l’indennità di mobilità.
In caso di opzione a favore di quest’ultima, l’erogazione dell’assegno o della pensione di invalidità resterà sospesa per il periodo di fruizione del predetto trattamento.





Calcolo dell’indennità di mobilità

Nella base di calcolo dell'indennità, di cui all'art. 7 della Legge 223/1991, sono inclusi:

Anche nel mese di febbraio il lavoratore ha diritto a percepire il trattamento economico di mobilità nella misura dell'intero massimale, poiché il minor numero di giorni di cui si compone questo mese non incide sulla determinazione dell'importo da liquidare.

Per l'indennità di mobilità di cui all'art. 7, comma 1, Legge 223/1991, è previsto il meccanismo di adeguamento al costo della vita, alla stregua di quanto disposto per il trattamento di integrazione salariale dall'art. 1, Legge n. 451/94, che stabilisce che con effetto dal 1° gennaio di ciascun anno (a partire dal 1995) gli importi di integrazione salariale sono aumentati dell'80% dell'aumento derivante dalla variazione dell'indice Istat.





Durata

Mobilità ordinaria

Secondo quanto stabilito dall’art. 7, comma 1, della Legge 223/1991, la durata dell’indennità di mobilità varia in relazione all'età del lavoratore al momento del licenziamento e al territorio nel quale si trova l’unità produttiva di provenienza.
In possesso del requisito dell’età va accertato con riferimento alla data di cessazione del rapporto di lavoro.

Ai sensi della norma di cui all'art. 7, comma 4, Legge 223/1991, l'indennità non può essere corrisposta per un periodo superiore alla anzianità aziendale del lavoratore.

età lavoratore aziende centro-nord aziende mezzogiorno
fino a 39 anni12 mesi24 mesi
da 40 a 50 anni24 mesi36 mesi
oltre i 50 anni36 mesi48 mesi




La Riforma Fornero (Legge 92/2012) ha rimodulato la durata dell’indennità di mobilità con riferimento ai lavoratori collocati in mobilità nel periodo ricompreso tra il 1° gennaio 2013 e il 31 dicembre 2016.

anno messa mobilitàetà lavoratore al licenziamentoaziende centro nordaziende mezzogiorno
2013 e 2014fino a 39 anni12 mesi24 mesi
2013 e 2014da 40 ai 49 anni24 mesi36 mesi
2013 e 2014dai 50 anni36 mesi48 mesi
2015fino a 39 anni12 mesi12 mesi
2015da 40 ai 49 anni18 mesi24 mesi
2015dai 50 anni24 mesi36 mesi
2016fino a 39 anni12 mesi12 mesi
2016da 40 ai 49 anni12 mesi18 mesi
2016dai 50 anni18 mesi24 mesi









Mobilità lunga

Con il termine mobilità lunga si fa riferimento all'indennità che si prolunga oltre i termini di durata previsti per la mobilità ordinaria, al fine di consentire al lavoratore di maturare il diritto alla pensione (art. 7, commi 6 e 7 della Legge 223/1991).

L’art. 7, al comma 6, della Legge 223/1991, prevede la mobilità lunga per il pensionamento di vecchiaia, in favore dei lavoratori collocati in mobilità da aziende del Mezzogiorno ovvero da aziende che si trovano in aree con tasso di disoccupazione superiore alla media nazionale, che:

L’art. 7, al comma 7, della Legge 223/1991, prevede invece, la mobilità lunga per il pensionamento di anzianità, in favore dei lavoratori collocati in mobilità da aziende del Mezzogiorno ovvero da aziende che si trovano in aree con tasso di disoccupazione superiore alla media nazionale, che:

Anche per la mobilità lunga resta valido il principio stabilito dall'articolo 7, comma 3, della Legge 223/1991, in base al quale l'indennità di mobilità non può essere corrisposta successivamente alla data di compimento dell'età pensionabile.

Ai fini del conseguimento del diritto alla c.d. mobilità lunga, di cui all'art. 7, comma 7, della Legge 223/1991, il requisito dell'anzianità contributiva di ventotto anni nell'assicurazione generale obbligatoria può essere raggiunto anche mediante il computo di periodi di contribuzione versata presso le Gestioni speciali dei lavoratori autonomi, ben potendo il lavoratore - che abbia versato i contributi in parte nella gestione speciale ed in parte in quella dei lavoratori dipendenti - raggiungere i trentacinque anni di contribuzione necessari per il pensionamento nella Gestione speciale, previo cumulo dei contributi versati nelle due diverse gestioni, ai sensi dell'art. 16 della legge 233/1990, senza necessità di dover domandare la ricongiunzione della posizione contributiva presso la gestione dei lavoratori dipendenti.






La domanda

Il diritto all’indennità di mobilità è subordinato alla presentazione da parte degli interessati di apposita domanda, da redigere sul modello DS21.
Il diritto alla percezione dell’indennità, infatti, non sorge dal momento della messa in mobilità né in quello dell’iscrizione nelle liste regionali, bensì con la presentazione dell’apposita domanda (Cass. 11 ottobre 2003, n. 15525).

La domanda deve essere presentata secondo le istruzioni vigenti, tramite le sezioni circoscrizionali per l’impiego, e pena decadenza, entro il termine di 68 giorni dalla data di licenziamento.
Se l'ultimo giorno utile per presentare la domanda (il 68°) è festivo, il termine è prorogato di diritto al giorno seguente non festivo, ai sensi dell'articolo 2963 del codice civile.

L'indennità di mobilità decorre:

Se al lavoratore è pagata l’indennità sostitutiva del preavviso, l’indennità di mobilità decorre dall’ottavo giorno successivo alla scadenza del periodo corrispondente al mancato preavviso.

Poiché la reintegrazione in servizio del lavoratore collocato in mobilità disposta in via cautelare dà luogo a una prosecuzione del rapporto di lavoro di natura provvisoria, e non determina la ricostruzione del rapporto di lavoro, in caso di revoca di tale provvedimento il lavoratore ha il diritto di fruire del trattamento di mobilità per il periodo successivo al licenziamento, con sospensione dello stesso per il periodo di effettiva reintegrazione, senza che sia necessaria una specifica domanda di ripristino della prestazione a carico dell'Inps.





Il ricorso

Nel caso in cui la domanda sia respinta l'interessato può presentare ricorso, in carta libera, al Comitato Provinciale dell'Inps, entro 90 giorni dalla data di ricezione della lettera con la quale si comunica il rifiuto.
Il ricorso, indirizzato al Comitato Provinciale, può essere:





L’importo


In ogni caso l'indennità di mobilità non può superare un importo massimo mensile determinato di anno in anno, importo che dal 1° gennaio 2015 è di € 971,71 lordi mensili (netto € 914,96), elevato a € 1.167,91 lordi mensili (netto € 1.099,70) per i lavoratori che possano far valere una retribuzione lorda mensile superiore a € 2.102,24.

Per gli importi degli altri anni si veda il sito Inps





Pagamento

L’indennità di mobilità viene corrisposta dall’Inps con periodicità mensile tramite assegno bancario ovvero con accredito su conto corrente bancario o postale.
La legge tuttavia dispone che in alcuni casi, con modalità e condizioni determinate da apposito decreto del Ministero del Lavoro si possa ottenere il pagamento anticipato delle indennità di mobilità ancora da godere.

Il lavoratore può farne richiesta per intraprendere un’attività autonoma o per associarsi in cooperativa.
Tuttavia il lavoratore che trovi un’occupazione nel settore pubblico o privato entro 24 mesi dal pagamento in un'unica soluzione deve restituire l’intero importo percepito.

L’indennità si prescrive per i ratei posti in pagamento e non riscossi nel termine di 60 giorni da quello fissato per il pagamento e portato a conoscenza dell’interessato.





Ritenute

Solo per i primi 12 mesi di fruizione, sull’importo dell’indennità di mobilità, sarà calcolata, direttamente dall’Inps, la ritenuta previdenziale del 5,84%.
Nulla sugli eventuali periodi successivi. Per quanto riguarda le ritenute fiscali il lavoratore dovrà fare il conguaglio con la dichiarazione dei redditi.





Anticipazione dell’indennità di mobilità

L’art. 7, comma 5, della Legge 223/1991 prevede che i lavoratori in mobilità che intendano intraprendere un’attività autonoma ovvero intendano associarsi in cooperativa possano richiedere la corresponsione anticipata dell’indennità di mobilità, detraendo il numero di mensilità già percepite.

La ratio di questa disposizione è quella di indirizzare il più possibile il disoccupato in mobilità verso attività autonome, al fine precipuo di ridurre la pressione sul mercato del lavoro subordinato, così perdendo la sua connotazione di tipica di prestazione di sicurezza sociale, e configurandosi non già come funzionale a sopperire ad uno stato di bisogno, ma come un contributo finanziario, destinato a sopperire alle spese iniziali di un'attività che il lavoratore in mobilità svolge in proprio.
Ne consegue che l'indennità non deve necessariamente essere richiesta prima dell'inizio dell'attività che si intende esercitare (non ravvisandosi nella legge una precisa indicazione in tal senso), ma può anche essere richiesta dopo aver intrapreso la suddetta attività autonoma. (Cass. 28/1/2004 n. 1587, Pres. Dell'Anno Rel. La Terza , in Dir. e prat. lav. 2004, 1556).

Ai fini del riconoscimento dell'anticipazione dell'indennità di mobilità ex art. 7, 5° comma, Legge 223/1991, tenuto conto della necessità di svolgimento di attività preparatorie e propedeutiche all'avvio della nuova attività di lavoro autonomo anche al fine di presentare ex art. 1 DM 142/93 la richiesta documentazione comprovante l'assunzione di iniziative finalizzate all'avvio di tale attività e considerata l'assenza di un termine di legge per la presentazione della relativa domanda di anticipazione, l'eventuale presentazione di tale domanda dopo l'inizio dell'attività e comunque il mancato rispetto del termine fissato dall'Inps con circolare 32/2000 non comportano decadenza dal diritto all'anticipazione. (Corte d'Appello Milano 3/9/2002, Pres. Mannacio Est. Ruiz,, in D&L 2002, 1052)

La dizione dell'art. 7, comma 5, Legge 223/1991 sembra richiedere che l'attività-per la quale il lavoratore in mobilità può ottenere la corresponsione anticipata della relativa indennità-debba essere nuova ed è evidente che la ratio della norma sia quella di finanziare le nuove attività del personale in mobilità e non il risanamento o la ricapitalizzazione di attività già esistenti.
Tuttavia il termine di 30 giorni dall'inizio dell'attività stabilito con norma regolamentare dall'Inps per la presentazione dell'istanza non appare congruo, se l'attività dalla quale si fa decorrere il termine non è quella effettivamente produttiva bensì quella meramente preparatoria estrinsecatasi nella apertura della partita IVA, nella iscrizione alle gestioni previdenziali nella sottoscrizione di contratti di associazione, di agenzia, collaborazione o affiliazione. (Trib. Milano 7/6/2002, Est. Peragallo, in Lav. nella giur. 2003, 389)





Sospensione dell’indennità di mobilità

Al verificarsi di determinati eventi è possibile la sospensione dell’indennità di mobilità, regolata dall'art. 8, c. 6 e 7 Legge 223/1991.
In questo caso le giornate di sospensione sono considerate “neutre” ai fini della determinazione della durata massima dell’indennità stessa.

In caso di:











La cancellazione dalle liste di mobilità

L'art. 8, comma sesto, della Legge 223/1991, attribuisce al lavoratore iscritto nelle liste di mobilità la facoltà di svolgere lavoro subordinato a tempo parziale, ovvero a tempo determinato, mantenendo l'iscrizione nella lista.

La cancellazione dalle liste di mobilità, con la conseguente perdita della relativa indennità, è invece prevista nelle seguenti ipotesi (art. 9, commi 1 e 6 della Legge 223/1991):











Casi di non decadenza del trattamento di mobilità

Il lavoratore subordinato assunto a "part-time", che svolga contestualmente attività di lavoro autonomo, può continuare a godere dell’indennità di mobilità.
Ciò in quanto la legge non contempla un’ipotesi di incompatibilità analoga a quella riguardante l'instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato, ed anzi consente la elargizione anticipata di tale indennità, in un'unica soluzione, ai lavoratori che intendano "intraprendere" un'attività di lavoro autonomo (art. 7, quinto comma, Legge 223/1991), alla quale possibilità devono intendersi ammessi - per coerenza con la finalità della legge di favorire l'occupazione - non solo i lavoratori che vogliano dare inizio, per la prima volta, ad una attività autonoma dopo il licenziamento, ma anche coloro che tale attività proseguano per averla già svolta, non a tempo pieno, durante il cessato rapporto di lavoro subordinato (Cass. 21/4/01, n. 5951, pres. Amirante, est. Prestipino, in Orient. giur. lav. 2001, pag. 399).

Il diritto alla corresponsione dell’indennità di mobilità ex art. 7 Legge 223/1991 sussiste anche nel caso in cui i lavoratori in mobilità diano vita a una società di capitali, obbligandosi a effettuare prestazioni accessorie di lavoro ex art. 2345 c.c., non configurandosi per questa via la nascita di un rapporto di lavoro subordinato (Trib. Parma 28/7/99 (ord.), est. Brusati, in D&L 1999, 951).

Il lavoratore, beneficiario del trattamento di mobilità previsto dall’art. 7, 1° comma, Legge 223/1991, che intraprende attività di lavoro autonomo senza aver preventivamente richiesto l’anticipazione dell’intera indennità ai sensi dell’art. 7, 5° comma, stessa legge, non decade da tale trattamento.
Una simile decadenza, infatti, non essendo espressamente contemplata tra le ipotesi disciplinate dalla Legge 223/1991, non può derivare dall’art. 52 RD 2270/24 in materia di decadenza dal trattamento di disoccupazione involontaria, essendo tale normativa inapplicabile alle fattispecie già compiutamente disciplinate dalla L. 23/7/91 n. 223 (Pret. Milano 13/1/98, est. Cecconi, in D&L 1998, 448, n. MARINO, Indennità di mobilità e attività di lavoro autonomo).

La lavoratrice che, a seguito di licenziamento collettivo, sia posta in mobilità può, ex 2° comma art. 9, Legge 223/1991, giustificatamente dimettersi dal nuovo impiego offertole senza decadere dal diritto all’indennità di mobilità, qualora il tempo per raggiungere con i mezzi pubblici il luogo di lavoro dalla residenza della lavoratrice sia superiore all’arco di un’ora (Trib. Milano 15/3//97, pres. ed est. Mannacio, in D&L 1997, 541, nota Summa).

Il lavoratore in mobilità, che rifiuta l’offerta di lavoro a termine, non incorre nell’ipotesi prevista dall’art. 9, 1° comma, L.23/7/91 n.233, che sanziona con la cancellazione dalla lista di mobilità e dalla percezione della relativa indennità esclusivamente il lavoratore che rifiuta un contratto a tempo pieno e indeterminato (Pret. Milano 5/11/96, est. Ianniello, in D&L 1997, 296)

Ha diritto all’indennità di mobilità il lavoratore che, dopo essere stato collocato in mobilità ed essere stato provvisoriamente reintegrato in servizio ex art. 700 c.p.c., accetti, in via transattiva, la collocazione in mobilità disposta nei suoi confronti, con decorrenza dalla data della transazione (Pret. Milano 3/3/97, est. Ianniello, in D&L 1997, 540).











I contributi figurativi

Durante tutto il periodo in cui il lavoratore percepisce l’indennità di mobilità, matura la contribuzione figurativa, sia ai fini della pensione di anzianità che ai fini della pensione di vecchiaia.

La contribuzione sarà calcolata sulla retribuzione che il lavoratore ha (o avrebbe in caso di CIGS) percepito nel mese immediatamente precedente la risoluzione del rapporto di lavoro (non sulla base dell’indennità di mobilità).

Per periodi superiori all’anno, se continuativi, le retribuzioni accreditate figurativamente devono essere rivalutate in base agli indici Istat di variazione delle retribuzioni contrattuali.
Per gli stessi periodi, se non continuativi, la retribuzione computabile va rivalutata in base agli indici Istat dei prezzi del consumo.











Assegno per il nucleo familiare

L'articolo 7, comma 10, della Legge 223/1991, stabilisce che per i periodi di percezione dell'indennità di mobilità spetta l'assegno per il nucleo familiare.

I lavoratori che ritengano di avere i requisiti previsti dalle vigenti disposizioni, debbono presentare specifica domanda alla Sede dell'INPS competente a definire la domanda di mobilità.
Tale domanda può essere presentata contestualmente alla presentazione del modulo DS 21 o anche successivamente.











Maternità e astensione obbligatoria

Qualora la lavoratrice si trovi, all’inizio dell’astensione obbligatoria o durante il periodo di interdizione dal lavoro disposto dall’Ispettorato del Lavoro, in godimento dell’indennità di mobilità, quest’ultima sarà sostituita dall’indennità di maternità.

Tuttavia non si darà luogo a un prolungamento del trattamento economico di mobilità al termine dei periodi stabiliti dalla legge.

Non sarà computato il periodo di astensione obbligatoria ai fini della permanenza nelle liste di mobilità, cioè la sola iscrizione slitterà dei mesi relativi all’astensione obbligatoria.

Infine la lavoratrice durante il periodo di astensione obbligatoria per maternità può rifiutare senza perdere alcun diritto, eventuali offerte di lavoro, in opere o servizi di pubblica utilità o l’avviamento a corsi di formazione professionale.











Casistica di decisioni della Magistratura in tema di Procedura di mobilità