Processo del lavoro

Modificata il venerdì, 22 febbraio 2019 01:21 da redazione — Categorizzata come: Questioni procedurali e processuali

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Questa voce è stata curata da Alvise Moro



Indice dei Contenuti [Nascondi/Mostra]


Scheda sintetica
Fonti normative
Scheda di approfondimento
   Campo di applicazione
   Oggetto
Tentativo facoltativo di conciliazione
   Avanti la Commissione di Conciliazione
   In sede sindacale
Tentativo obbligatorio di conciliazione
Differenze con la conciliazione monocratica
Decadenze
Primo grado
   Competenza
   Svolgimento del processo di primo grado
   Ordinanze anticipatorie degli effetti della sentenza
Secondo grado
   Competenza
   Svolgimento del processo di secondo grado
Effetti della sentenza
Il procedimento speciale per l’impugnazione dei licenziamenti
   Per i lavoratori assunti prima del 2015
      A. Giudizio di primo grado
      B. Giudizio di secondo grado
      C. Giudizio di terzo grado
   Per lavoratori assunti dopo il 2015 (contratto a tutele crescenti)
      Ambito di applicazione
      L’offerta di conciliazione di cui all’art. 6 del decreto legislativo 4 marzo 2015 n. 23
Interessi e rivalutazione monetaria
Spese di giustizia
Casistica di decisioni della Magistratura in tema di processo del lavoro
   Giurisdizione
      Questioni di legittimità costituzionale
      Regolamento di giurisdizione
      Pubblico impiego
      Dipendenti di società privatizzate
      Lavoro dei detenuti
      Lavoratori socialmente utili
      Giurisdizione in genere
   Competenza
      Competenza per materia
      Competenza territoriale
      Regolamento di competenza
   Tentativo obbligatorio di conciliazione
      Questioni di legittimità costituzionale
      In genere
      Rapporto con ricorso per decreto ingiuntivo
      Effetti
      Rapporti con i procedimenti cautelari
   Procedimento di primo grado
      In genere
      Nullità del ricorso
      Comparsa di costituzione
      Azione di accertamento
      Sentenza costitutiva
   Impugnazioni
      In genere
      Appello
      Ricorso per cassazione
      Giudizio di rinvio
      Impugnazioni incidentali
   Processo cautelare
      In genere
      Reclamo
   Processo esecutivo
   Decreto ingiuntivo
   Questioni varie
      Notifiche
      Giudicato
      Presunzioni
      Rapporto con il giudicato penale
      Corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato
      Giudizio costituzionale sulle leggi
      Opposizione al ruolo esattoriale
      Istruttoria
      Nullità della sentenza
      Condanna alle spese
      Interrogatorio libero




Scheda sintetica

Il nostro ordinamento ha previsto un rito speciale - introdotto con la Legge 11 agosto 1973, n. 533 - per la trattazione di tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro ed in materia di previdenza e di assistenza obbligatoria.

Il rito speciale del lavoro si applica alle controversie relative a tutti i rapporti di lavoro subordinato, sia a quelle riguardanti obbligazioni caratteristiche del rapporto di lavoro subordinato, sia a quelle in cui tale rapporto si presenti come antecedente o presupposto necessario della situazione di fatto posta a fondamento della domanda.

Il rito del lavoro si applica anche a rapporti non inerenti l’esercizio dell’impresa, ossia a rapporti alle dipendenze di datori di lavoro non imprenditori.

La controversia si può riferire a qualsiasi rapporto di lavoro subordinato, anche non ancora costituito o già cessato, nonché a tutti gli aspetti del rapporto.

Il rito speciale in oggetto si applica, inoltre, anche a controversie estranee all'ambito del rapporto di lavoro subordinato privato, quali quelle relative a rapporti di agenzia e di rappresentanza commerciale, se caratterizzati da prestazione d'opera continuativa e coordinata e prevalentemente personale, a rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, a prestazioni previdenziali ed assistenziali obbligatorie.

Da ultimo, accanto al rito disciplinato dal codice di procedura civile e di cui si è appena descritto il campo di applicazione, la legge 92/2012 di riforma del mercato del lavoro ha introdotto un ulteriore procedimento speciale che riguarda tutti i licenziamenti illegittimi per i quali si applicano le sanzioni previste dall’art. 18 L. 300/1970, anche quando la decisione sul licenziamento presuppone la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro (cioè, quando, per esempio, il recesso sia avvenuto nel corso di un rapporto di lavoro formalmente autonomo e il ricorrente intende far valere la natura subordinata del rapporto).










Fonti normative












Scheda di approfondimento

Il nostro ordinamento ha previsto un rito speciale - introdotto con la Legge 11 agosto 1973, n. 533 - per la trattazione di tutte le controversie relative a rapporti di lavoro ed in materia di previdenza e di assistenza obbligatoria.

Il processo del lavoro, malgrado presso molti uffici giudiziari - per una serie di ragioni che qui non serve illustrare – il rito speciale non sia sempre, in tutto o in parte, rispettato, continua comunque a rappresentare il più efficiente procedimento civile, caratterizzato da:

In buona sostanza, il rito speciale, disciplinato dagli articoli 409 e seguenti del codice di procedura civile (recentemente modificati dalla legge 4 novembre 2010, n. 183), si differenzia da quello ordinario:







Campo di applicazione

Il rito speciale del lavoro si applica, in primo luogo, alle controversie relative ai rapporti di lavoro subordinato:
  1. sia a quelle riguardanti obbligazioni caratteristiche del rapporto di lavoro subordinato,
  2. sia a quelle in cui tale rapporto si presenti come antecedente o presupposto necessario della situazione di fatto posta a fondamento della domanda.

Occorre, poi, precisare che il rito del lavoro si applica anche a rapporti non inerenti l’esercizio dell’impresa (art. 409 n. 1 c.p.c.), ossia a rapporti alle dipendenze di datori di lavoro non imprenditori, come ad esempio il lavoro a domicilio, il lavoro domestico, il rapporto di portierato negli stabili urbani.







Oggetto

La controversia si può riferire a qualsiasi rapporto di lavoro subordinato, anche non ancora costituito o già cessato, nonché a tutti gli aspetti del rapporto.

Quindi, oltre alle normali pretese di natura retributiva ed alle impugnazioni dei licenziamenti, rientrano nella disciplina in esame anche le controversie aventi ad oggetto ad esempio:
  1. la costituzione del rapporto di lavoro;
  2. l'impugnazione dei trasferimenti individuali;
  3. l'applicazione di sanzioni disciplinari;
  4. il risarcimento di danni conseguenti a violazioni di regole imperative (mancata fruizione di ferie, danni da infortunio, mancato versamento dei contributi previdenziali, etc.);
  5. il risarcimento di danni all’immagine professionale;
  6. l'inquadramento del lavoratore (attribuzione a mansioni superiori o inferiori, demansionamento, etc.);
  7. la violazione degli obblighi di fedeltà e di non concorrenza;
  8. il mobbing;
  9. le molestie sessuali;
  10. il trasferimento d’azienda;
  11. la cessazione del rapporto associativo e del rapporto lavorativo del socio lavoratore con la società cooperativa;
  12. gli atti aventi ad oggetto rinunzie o transazioni.


Il rito speciale in oggetto si applica, inoltre, anche a controversie estranee all'ambito del rapporto di lavoro subordinato privato, quali quelle relative a:
  1. rapporti di agenzia e di rappresentanza commerciale, se caratterizzati da prestazione d'opera continuativa e coordinata e prevalentemente personale (art. 409 n. 3 c.p.c.);
  2. rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, lavoratori a progetto, procacciatori d’affari, amministratori di società di capitali, amministratori di condominio.
  3. prestazioni previdenziali ed assistenziali obbligatorie (art. 442 c.p.c.);
  4. contratti agrari (rapporti di mezzadria, colonia parziaria, compartecipazione agraria, affitto a coltivatore diretto), o conseguenti alla conversione dei contratti associativi in affitto, ferma restando, però, la competenza delle sezioni specializzate agrarie previste dalla legge n. 320/1963 (art. 409 n. 2 c.p.c.);
  5. locazione e comodato di immobili urbani e affitto di aziende (art. 447-bis c.p.c.), innanzi al Giudice ordinario.










Tentativo facoltativo di conciliazione


Avanti la Commissione di Conciliazione

Con l’entrata in vigore della Legge 4 novembre 2010, n. 183, che ha modificato l’art. 410 c.p.c., a far data dal 24 novembre 2010, chi intende proporre un’azione in giudizio non è più obbligato a promuovere un previo tentativo di conciliazione. L’obbligo permane esclusivamente qualora la controversia riguardi contratti certificati (di cui tratteremo a breve).
Quindi, in linea generale, il tentativo di conciliazione è meramente facoltativo e non costituisce più una condizione di procedibilità della domanda (la legge n. 183/2010 ha abrogato, con l’art. 31 comma 9 anche gli artt. 65 e 66 che disciplinavano il tentativo obbligatorio di conciliazione nelle controversie individuali relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni).

Le parti - e, quindi, sia il lavoratore che il datore di lavoro - prima di adire il Giudice del Lavoro, possono promuovere il tentativo di conciliazione, anche tramite l'associazione sindacale alla quale aderiscono o conferiscono mandato, presso la Commissione di Conciliazione istituita presso la Direzione Provinciale del Lavoro della provincia in cui è sorto il rapporto oppure della provincia in cui si trova l’azienda oppure della provincia in cui si trovava la dipendenza dell’azienda al momento della fine del rapporto.

Nel caso di rapporti di collaborazione, agenzia e rappresentanza, il tentativo di conciliazione può essere promosso unicamente presso la Commissione di Conciliazione istituita presso la Direzione Provinciale del Lavoro nella cui circoscrizione si trova il domicilio dell'agente, del rappresentante o del titolare del rapporto di collaborazione.

La comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza.
La richiesta del tentativo di conciliazione, sottoscritta dal lavoratore, deve essere consegnata o spedita mediante raccomandata con avviso di ricevimento alla Direzione Provinciale del Lavoro.

Copia della richiesta del tentativo di conciliazione, a seguito della modifica dell’art. 410 c.p.c., deve essere consegnata o spedita con raccomandata con ricevuta di ritorno a cura della stessa parte istante alla controparte.

Nella richiesta la parte è tenuta a precisare:
  1. nome, cognome e residenza dell'istante e del convenuto; se l'istante o il convenuto sono una persona giuridica, un'associazione non riconosciuta o un comitato, l'istanza deve indicare la denominazione o la ditta, nonché la sede;
  2. il luogo dove è sorto il rapporto ovvero dove si trova l'azienda o sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto;
  3. il luogo dove devono essere fatte alla parte istante le comunicazioni inerenti alla procedura;
  4. l'esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa.

Se la controparte intende accettare la procedura di conciliazione, deposita presso la Commissione di Conciliazione, entro venti giorni dal ricevimento della copia della richiesta, una memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, nonché le eventuali domande in via riconvenzionale. Ove ciò non avvenga, ciascuna delle parti è libera di adire l'autorità giudiziaria.
Entro i dieci giorni successivi al deposito della memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, nonché le eventuali domande in via riconvenzionale, la Commissione di Conciliazione fissa la comparizione delle parti per il tentativo di conciliazione, che deve essere tenuto entro i successivi trenta giorni.
Trattasi di termini non perentori.

Dinanzi alla Commissione di Conciliazione il lavoratore può farsi assistere anche da un'organizzazione cui aderisce o conferisce mandato.

Se la conciliazione riesce, anche limitatamente ad una parte della domanda, viene redatto separato processo verbale sottoscritto dalle parti e dai componenti della Commissione di Conciliazione. Il giudice, su istanza della parte interessata, lo dichiara esecutivo con decreto.

Se non si raggiunge l'accordo tra le parti, la Commissione di Conciliazione deve formulare una proposta per la bonaria definizione della controversia. Se la proposta non è accettata, i termini di essa sono riassunti nel verbale con indicazione delle valutazioni espresse dalle parti.

Delle risultanze della proposta formulata dalla Commissione di Conciliazione e non accettata senza adeguata motivazione il Giudice del Lavoro eventualmente adito deve tener conto all'esito del successivo giudizio per la decisione sulle spese di giudizio.
Per tale ragione, ove il tentativo di conciliazione sia stato richiesto dalle parti, al ricorso depositato ai sensi dell'art. 415 c.p.c. devono essere allegati i verbali e le memorie concernenti il tentativo di conciliazione non riuscito.







In sede sindacale

Il tentativo di conciliazione può svolgersi anche in sede sindacale. Ad esso non si applicano le disposizioni di cui all'art. 410 c.p.c. (per quanto concerne invio della richiesta, esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa, memoria, etc.).

Nel nuovo testo dell’art. 410 c.p.c. è stato eliminato il precedente richiamo alle “procedure di conciliazione previste da contratti ed accordi collettivi”: ciò induce a ritenere che il tentativo di conciliazione in sede sindacale possa ora essere esperito anche se la contrattazione collettiva non lo prevede espressamente.

Il verbale di conciliazione in sede sindacale deve essere depositato presso la Direzione Provinciale del Lavoro a cura di una delle parti o per il tramite di un'associazione sindacale.
Il Direttore, o un suo delegato, accertatane l'autenticità, provvede a depositarlo nella Cancelleria del Tribunale nella cui circoscrizione è stato redatto.
Il Giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del verbale di conciliazione, lo dichiara esecutivo con decreto.
Il verbale acquista in tal modo efficacia di titolo esecutivo. Il titolo esecutivo è il documento che consente, nel processo civile, di promuovere l'esecuzione forzata.

La giurisprudenza, per quanto concerne i requisiti di validità e di inoppugnabilità ex art. 2113 c.c. dei verbali di conciliazione sottoscritti in sede sindacale ai sensi degli artt. 410 e 411 c.p.c., considera invalido ed inidoneo a produrre gli effetti di cui all'art. 2113 c.c. il verbale di conciliazione in sede sindacale sottoscritto in assenza di uno dei due conciliatori.

Le rinunce e le transazioni che hanno per oggetto diritti del lavoratore derivanti da disposizioni inderogabili di legge e dei contratti o accordi collettivi non sono valide, a meno che non siano contenute in verbali di conciliazione sottoscritti in sede amministrativa, sindacale o giudiziale (artt. 185, 410, 411, 412-ter e 412-quater c.p.c.).










Tentativo obbligatorio di conciliazione

Il tentativo di conciliazione è ancora obbligatorio in un solo caso: quando la futura controversia giudiziale riguardi un contratto che è stato certificato ai sensi dell’art. 75 del Decreto Legislativo 10 settembre 2003, n. 276, come modificato dall’art. 30 comma 4 della Legge n. 183/2010 (“al fine di ridurre il contenzioso in materia di lavoro, le parti possono ottenere la certificazione dei contratti in cui sia dedotta, direttamente o indirettamente, una prestazione di lavoro secondo la procedura volontaria stabilita” nel titolo VIII del decreto legislativo n. 276/2003).

Si precisa, in proposito, che sia le parti che i terzi, nella cui sfera giuridica il contratto certificato è destinato a produrre effetti, possono adire l'autorità giudiziaria per:

Tuttavia essi sono obbligati a rivolgersi previamente alla stessa Commissione di Certificazione che ha certificato il contratto e chiedere che sia esperito il tentativo di conciliazione ai sensi dell'art. 410 c.p.c.

Una nuova forma di conciliazione è stata poi introdotta con la legge di riforma del 2012.
Essa deve essere esperita nelle sole ipotesi di licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo da un datore di lavoro cui si applichi la disciplina di cui all’art. 18 S.L..

Più precisamente, la riforma prevede che, in questo caso, il licenziamento debba essere preceduto da una comunicazione preventiva alla Direzione territoriale del lavoro (Dtl), ove ha sede l’unità produttiva nella quale è impiegato il lavoratore. La comunicazione deve essere inoltre trasmessa per conoscenza a quest’ultimo.
In tale comunicazione, il datore di lavoro deve indicare la propria intenzione di procedere al licenziamento e i motivi del medesimo, oltre alle eventuali misure per la ricollocazione. Entro sette giorni dalla ricezione della richiesta, la Dtl trasmette alle parti la convocazione per un incontro (che si deve svolgere secondo le disposizioni contenute nell’art. 410 cod. proc. civ.) finalizzato ad esaminare eventuali soluzione alternative al recesso.

La procedura deve comunque concludersi entro 20 giorni dalla data di invio della convocazione, salvo che le parti non chiedano una proroga per arrivare ad un accordo o che la procedura non debba essere sospesa per legittimo impedimento del lavoratore (la sospensione non può comunque essere superiore a quindici giorni).
Essa può concludersi in diversi modi:










Differenze con la conciliazione monocratica

La conciliazione ex art. 410 c.p.c. non va confusa con la conciliazione monocratica ex art. 11 del Decreto legislativo n. 124/2004, tenuta sempre presso la Direzione Provinciale del Lavoro.










Decadenze

A seguito della modica dell’art. 6 della Legge 15 luglio 1966, n. 604, l’impugnazione del licenziamento è inefficace se non è seguita entro il termine di 180 giorni (270 per i licenziamenti intimati prima del 18 luglio 2012) - che decorrono dal termine di decadenza di cui al primo comma dell’art. 6 cit. - dal deposito del ricorso nella Cancelleria del Tribunale in funzione di Giudice del Lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato.

Qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al Giudice del Lavoro deve essere depositato a pena di decadenza entro sessanta giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.

Tali nuove disposizioni si applicano anche:
  1. a tutti i casi di invalidità del licenziamento;
  2. ai licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro ovvero alla legittimità del termine apposto al contratto;
  3. al recesso del committente nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche nella modalità a progetto;
  4. al trasferimento ai sensi dell’art. 2103 c.c., con termine decorrente dalla data di ricezione della comunicazione di trasferimento;
  5. all’azione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro, ai sensi degli artt. 1, 2 e 4 del Decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e successive modificazioni, con termine decorrente dalla scadenza del medesimo;
  6. ai contratti di lavoro a termine stipulati ai sensi degli artt. 1, 2 e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, in corso di esecuzione alla data di entrata in vigore della legge 4 novembre 2010, n. 183, con decorrenza dalla scadenza del termine;
  7. ai contratti di lavoro a termine, stipulati anche in applicazione di disposizioni di legge previgenti al Decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e già conclusi alla data di entrata in vigore della legge 4 novembre 2010, n. 183, con decorrenza dalla medesima data di entrata in vigore della presente legge;
  8. alla cessione di contratto di lavoro avvenuta ai sensi dell’art. 2112 c.c. con termine decorrente dalla data del trasferimento;
  9. in ogni altro caso in cui, compresa l’ipotesi prevista dall’art. 27 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si chieda la costituzione o l’accertamento di un rapporto di lavoro in capo a un soggetto diverso dal titolare del contratto.










Primo grado

Il processo del lavoro si articola in tre gradi di giudizio.
La sentenza di primo grado è impugnabile con ricorso in appello.
La sentenza d’appello, invece, è impugnabile con ricorso per cassazione per sole questioni di legittimità (violazione di norme di diritto, di procedura, sulla competenza e sulla giurisdizione).

Va precisato che il legislatore ha previsto un rito speciale solo per i primi due gradi di giudizio.







Competenza

A seguito dell’istituzione del Giudice Unico, le controversie in materia di lavoro e previdenza e assistenza obbligatorie sono di competenza del Tribunale in composizione monocratica in funzione di Giudice del Lavoro.
Esse sono trattate esclusivamente nella sede principale del Tribunale.

Si tratta di una competenza esclusiva per materia e, quindi, il Tribunale è competente per tutte le controversie indicate nell'art. 409 c.p.c., qualunque ne sia il valore.

Ai fini dell'individuazione del Giudice competente per materia, è necessario riferirsi all'oggetto della domanda proposta dall’attore ed ai fatti dedotti a fondamento della stessa; pertanto, né le eccezioni formulate dal convenuto, né la sommaria indagine sui documenti prodotti in giudizio possono comportare una decisione diversa da quella compiutamente ravvisabile in base alla domanda.

In particolare, la competenza del giudice deve essere determinata sulla base del tipo di rapporto invocato nella domanda dell'attore.

Competente per territorio è il Giudice nella cui circoscrizione:
  1. è sorto il rapporto,
  2. ovvero si trova l'azienda
  3. o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della cessazione del rapporto. Tale competenza permane anche dopo il trasferimento o la cessazione dell'azienda o di una sua dipendenza, purché la domanda sia presentata entro sei mesi da tale evento. Il termine semestrale è sospeso dalla comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi.

I fori indicati sono alternativi, non avendo valore determinante ed esclusivo il luogo di svolgimento della prestazione lavorativa.
Il ricorrente è, quindi, libero di scegliere uno dei fori indicati dal legislatore, purché provi che ricorrono gli elementi di fatto relativi al criterio di competenza per territorio prescelto.

Qualora non risulti possibile individuare il Giudice competente sulla base dei suddetti criteri si dovrà fare riferimento ai fori generali delle persone fisiche e giuridiche (artt. 18 e 19 c.p.c.).
Sono nulle le clausole derogative della competenza per territorio e a nulla vale l'eventuale approvazione specifica, in quanto la competenza per territorio inderogabile costituisce un'ipotesi di competenza funzionale.

La nozione di dipendenza alla quale è stato o è addetto il lavoratore comprende anche un'elementare terminazione dell'impresa costituita da un minimo di beni aziendali necessari per l'espletamento della prestazione lavorativa (quali, ad esempio, il computer, la modulistica e l'autovettura utilizzata dal dipendente per lo svolgimento dell'attività).
In caso di rapporto di lavoro eseguito con le modalità del telelavoro a domicilio, se il domicilio del lavoratore e la sede dell'azienda appartengono a fori diversi, è competente il giudice nella cui circoscrizione si trova la sede dell'impresa e non quello del domicilio del lavoratore.

I tre fori previsti dalla legge (art. 413 c.p.c.) operano in modo alternativo e concorrente anche rispetto alla domanda proposta da lavoratori invalidi avviati obbligatoriamente per la costituzione del rapporto di lavoro ed il risarcimento danni per la mancata assunzione.
Il primo foro va identificato in relazione alla sede della Direzione Provinciale del Lavoro che ha emesso il provvedimento di avviamento, gli altri due con riferimento, rispettivamente, al luogo dove si trova l'azienda o la dipendenza, in relazione alla quale il servizio del collocamento, nella sua competente articolazione locale, ha emesso quel provvedimento.

Il foro dell'azienda è costituito dal luogo in cui sono effettivamente esercitati i poteri di direzione e amministrazione e non dal luogo in cui si trova la sede legale.

Per le controversie riguardanti rapporti di collaborazione, di agenzia e rappresentanza commerciale, la competenza per territorio, è devoluta, invece, in via esclusiva al Giudice nella cui circoscrizione ha il proprio domicilio il collaboratore, l'agente o il rappresentante.
La competenza resta invariata anche quando, dopo la cessazione dei rapporto, ma prima della proposizione della domanda giudiziale, il lavoratore abbia trasferito altrove il proprio domicilio.







Svolgimento del processo di primo grado

La domanda relativa ai diritti oggetto di controversia si propone con ricorso.

Il ricorso deve necessariamente contenere (art. 414 c.p.c.):
  1. l'indicazione del giudice;
  2. le generalità del ricorrente (nome, cognome, residenza o domicilio eletto nel comune in cui ha sede il Giudice); se il ricorrente è una persona giuridica, un'associazione non riconosciuta o un comitato, il ricorso deve indicarne la denominazione o ditta, nonché la sede (art. 414, comma I n. 2, c.p.c.);
  3. le generalità del convenuto (nome, cognome, residenza, domicilio o dimora); se il convenuto è una persona giuridica, un'associazione non riconosciuta o un comitato, il ricorso deve indicarne la denominazione o ditta, nonché la sede (art. 414, comma I n. 2, c.p.c.);
  4. la determinazione dell'oggetto della domanda;
  5. l'esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali si fonda la domanda, con le relative conclusioni. La mancata determinazione dell'oggetto della domanda e l'omessa esposizione degli elementi di fatto e di diritto su cui essa si fonda comportano la nullità insanabile del ricorso, qualora tali elementi non siano individuabili neppure attraverso un esame complessivo dell'atto. La nullità è rilevabile anche d'ufficio e in grado di appello, ma non può essere dedotta per la prima volta in sede di legittimità. L'accertamento spetta al giudice del merito ed è censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione. I fatti su cui il ricorrente fonda le sue pretese devono essere specificatamente indicati nell’atto, non potendo a tale obbligo supplire una produzione documentale che presuppone, invece, la preventiva estrinsecazione del fatto;
  6. l'indicazione specifica dei mezzi di prova e dei documenti che si producono.


Il ricorso, con i relativi allegati, deve essere depositato nella Cancelleria del Giudice, il quale, nei successivi 5 giorni, fissa con decreto l'udienza di discussione.
Il ricorrente deve notificare ricorso e decreto al convenuto entro il termine ordinatorio di 10 giorni dall’emissione del decreto stesso, facendo sì che tra la data della notifica e quella dell'udienza intercorra un temine perentorio non inferiore a 30 giorni.
All’udienza di discussione, che dovrebbe tenersi entro 60 giorni dalla presentazione del ricorso (termine ordinatorio), le parti devono essere presenti personalmente.

Il convenuto deve costituirsi in giudizio almeno 10 giorni prima dell'udienza di discussione depositando nella Cancelleria del Giudice una memoria difensiva in cui, a pena di decadenza, deve:
  1. prendere posizione in modo preciso sui fatti allegati dal ricorrente;
  2. proporre le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio;
  3. proporre le domande riconvenzionali;
  4. indicare specificamente i mezzi di prova;
  5. depositare i documenti.


Nell’udienza fissata per la discussione della causa il Giudice interroga liberamente le parti e tenta la conciliazione della lite e, ai sensi dell’art. 420 c.p.c., come modificato dall’art 31 comma 4 della legge 4 novembre 2010, n. 183, formula alle parti una proposta transattiva. Tale tentativo può essere rinnovato in qualunque momento della controversia (art. 185 c.p.c.).

La mancata comparizione delle parti o il rifiuto della proposta transattiva del Giudice senza giustificato motivo costituiscono comportamento valutabile dal Giudice ai fini del giudizio.

Le parti hanno la facoltà di farsi rappresentare da un procuratore generale o speciale, il quale, però, deve essere a conoscenza dei fatti della causa; la mancata conoscenza, senza gravi ragioni, dei fatti di causa è valutata dal Giudice ai fini della decisione.
La procura deve essere conferita con atto pubblico (art. 2699 c.c.) o scrittura privata autenticata (art. 2703 c.c.) e deve attribuire al procuratore il potere di conciliare e transigere la controversia.
Le parti hanno la facoltà di farsi rappresentare da un procuratore generale o speciale, il quale, però, deve essere a conoscenza dei fatti della causa; la mancata conoscenza, senza gravi ragioni, dei fatti di causa è valutata dal Giudice ai fini della decisione.
La procura deve essere conferita con atto pubblico (art. 2699 c.c.) o scrittura privata autenticata (art. 2703 c.c.) e deve attribuire al procuratore il potere di conciliare e transigere la controversia.

L'interrogatorio libero delle parti non è un mezzo di prova, in quanto non è preordinato a provocare la confessione, bensì semplicemente a chiarire i termini della controversia ed a rendere possibile il tentativo di conciliazione. Esso costituisce un adempimento doveroso per il Giudice, ma la sua omissione non determina alcuna sanzione di nullità che si rifletta sulla validità della sentenza, né può costituire motivo di impugnazione in sede di legittimità.
Dalle dichiarazioni rese, così come dal rifiuto della parte di sottoporvisi, il giudice può trarre elementi chiarificatori e sussidiari del proprio convincimento.
Se la conciliazione riesce viene redatto un processo verbale con efficacia di titolo esecutivo.

Se la conciliazione non riesce, il Giudice, valutate le eccezioni preliminari di rito e pregiudiziali di merito (giurisdizione, competenza, improponibilità dell'azione per decadenza, prescrizione estintiva) può ritenere la causa matura per la decisione; in tale ipotesi, il Giudice invita le parti alla discussione e pronuncia la sentenza.

Se, invece, occorre istruire la causa, il Giudice decide se ammettere i mezzi di prova già proposti dalle parti nei rispettivi atti, nonché quelli che le parti non abbiano potuto proporre prima, se ritiene che siano rilevanti.

L’assunzione delle prove può avvenire nella stessa udienza, ma usualmente il Giudice rinvia tale incombente ad un’udienza successiva.
Rispetto al rito ordinario, il Giudice del Lavoro ha poteri più ampi, anche sotto l’aspetto istruttorio. Egli può, ad esempio, ordinare d’ufficio l’esibizione di documenti, accedere al luogo di lavoro, chiedere informazioni ai sindacati, disporre l’ammissione di qualsiasi mezzo di prova, ridurre le liste testimoniali.

Esaurita l’istruttoria, il Giudice può fissare un’udienza di discussione, anche concedendo alle parti un termine per il deposito di eventuali note difensive.
La discussione è orale.
Al termine della discussione, il Giudice pronuncia la sentenza, dando immediata lettura del dispositivo (c.d. principio di concentrazione) in pubblica udienza a pena di nullità della sentenza.

Per i processi instaurati dal 25 giugno 2008, la nuova normativa ha introdotto l'obbligo per il Giudice di esporre contestualmente alla lettura del dispositivo anche le ragioni di fatto e di diritto della decisione, prevedendo, solo in caso di particolare complessità della controversia, la possibilità di fissare nel dispositivo un termine, non superiore a 60 giorni, per il deposito della sentenza.







Ordinanze anticipatorie degli effetti della sentenza

Il Giudice, in ogni stato del giudizio, può disporre con ordinanza il pagamento delle somme non contestate.
Il Giudice può anche ordinare nel corso del processo il pagamento di una somma a titolo provvisorio (o provvisionale), quando ritiene accertato il diritto e nei limiti della quantità per la quale considera raggiunta la prova.

La legge prevede, per l'emissione dell'ordinanza di pagamento delle somme non contestate, l'istanza di parte senza alcuna specificazione, il che significa che essa deve essere emessa anche se a formularla è il datore di lavoro.

Per quanto riguarda la provvisionale, invece, è ammessa solo l'istanza del lavoratore.

Le ordinanze costituiscono titolo esecutivo; quella relativa alla provvisionale può essere revocata con la sentenza che decide la causa.

Questi provvedimenti non sono appellabili, trattandosi di ordinanze riesaminabili dal giudice nel corso del procedimento; prive del carattere della decisorietà non sono assimilabili alla sentenza di condanna.










Secondo grado

Contro le sentenze pronunciate dal Tribunale la parte soccombente può proporre appello.







Competenza

La competenza a decidere in secondo grado spetta alla Corte d’Appello.







Svolgimento del processo di secondo grado

L’appello si propone con ricorso, che deve essere depositato nella Cancelleria della Corte d'Appello competente:

Se non viene proposto appello nei termini la sentenza di primo grado passa in giudicato.
La tempestività dell’appello va riscontrata con riferimento alla data del deposito del ricorso in appello presso la Cancelleria del Giudice di secondo grado, e non a quella della successiva notificazione del ricorso stesso e del decreto di fissazione dell’udienza.

Il ricorso deve contenere le stesse indicazioni previste per la proposizione della domanda in primo grado, nonché la specifica indicazione dei motivi dell'impugnazione.
Il Presidente della Corte, entro 5 giorni dalla data di deposito del ricorso, nomina il Consigliere Relatore e fissa con decreto, nel termine ordinatorio di 60 giorni dalla stessa data, l'udienza di discussione, dandone comunicazione all'appellante.
Ricorso e decreto vanno notificati alla controparte appellata nel termine ordinatorio di 10 giorni.
Tra la data di notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza all’appellato e quella dell'udienza deve intercorrere un termine perentorio non minore di 25 giorni, a pena di nullità del ricorso.

La costituzione in giudizio dell’appellato deve avvenire almeno 10 giorno prima dell'udienza di discussione con il deposito in Cancelleria della memoria difensiva e del fascicolo.
In grado d'appello non è ammesso il mutamento delle domande originarie formulate in primo grado, né l'introduzione di domande nuove o nuove eccezioni. Non sono ammessi neppure nuovi mezzi di prova, salvo che il Collegio li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa.

Nell'udienza di discussione:


Se la Corte ammette nuove prove, fissa altra udienza per l'assunzione delle prove stesse e la pronuncia della sentenza. L'assunzione deve avvenire da parte del Collegio (e non del solo relatore), a pena di nullità.
Le pronunce in grado d'appello possono essere impugnate con ricorso per cassazione secondo i principi generali in tema di impugnazioni.










Effetti della sentenza

Le sentenze, sia quando pronunciano condanna a favore del lavoratore, sia quando sono favorevoli al datore di lavoro, sono immediatamente esecutive.

L’esecutività ha carattere provvisorio e può essere sospesa con ordinanza dal giudice d’appello:

Il lavoratore può avviare l’esecuzione anche in base al solo dispositivo della sentenza, possibilità che è, invece, preclusa al datore di lavoro.










Il procedimento speciale per l’impugnazione dei licenziamenti




Per i lavoratori assunti prima del 2015

Come anticipato, la riforma del 2012 ha introdotto un nuovo procedimento che si affianca al rito del lavoro disciplinato dal codice di procedura civile al fine di ridurre tempi di risoluzione di alcune categorie di controversie che impongono una particolare celerità.

Infatti, tale procedimento riguarda esclusivamente le cause relative ai licenziamenti per i quali, se illegittimi, si applicano le sanzioni previste dall’art. 18 Statuto lavoratori, anche quando la decisione sul licenziamento presuppone la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro. Esso è applicabile a tutte le controversie instaurate dopo il 18 luglio 2012, data di entrata in vigore della riforma.

Il nuovo rito è caratterizzato, come il rito del lavoro ordinario, da tre differenti gradi di giudizio (rispettivamente davanti al Tribunale, alla Corte d’appello e alla Corte di Cassazione), ma ciascuna di queste di queste fasi è caratterizzata da alcune peculiarità.






A. Giudizio di primo grado

Il giudizio di primo grado è a sua volta caratterizzato da due fasi, una necessaria ed una solo eventuale.


La prima fase, improntata alla maggiore speditezza, si introduce con ricorso davanti al Tribunale in funzione di Giudice del Lavoro. Tale atto può essere molto sintetico: può, infatti, limitarsi a descrivere le circostanze di fatto e gli elementi di diritto senza necessariamente contenere l’indicazione in modo completo delle istanze istruttorie e la produzione di tutti i documenti. Inoltre, non prevede preclusioni per eventuali istanze successive.
Come visto, il ricorso deve essere depositato in tribunale entro 180 giorni dall’impugnazione (o 270 giorni per i licenziamenti intimati prima del 18 luglio 2012).
A seguito del deposito, l’udienza di comparizione deve essere fissata entro 40 giorni. Una volta fissata quest’ultima, il ricorrente deve notificare il ricorso presentato unitamente al decreto di fissazione dell’udienza entro 25 giorni prima dell’udienza medesima. Il convenuto deve invece costituirsi entro 5 giorni prima di essa.
Il procedimento deve svolgersi nel modo più rapido possibile: non sono dunque ammesse domande riconvenzionali o chiamate di terzi. Inoltre, il giudice, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo più opportuno agli atti di istruzione indispensabili richiesti dalle parti o disposti d’ufficio.
Esso si conclude con un’ordinanza (che può essere di accoglimento o di rigetto) immediatamente esecutiva, che non può essere sospesa o revocata, se non con la sentenza emessa all’esito della seconda fase.


Alla fase appena descritta, può seguirne una seconda detta di opposizione, in quanto finalizzata ad ottenere una rivisitazione dell’ordinanza emessa nella fase precedente.
La struttura del giudizio della fase di opposizione è quella del rito del lavoro “ordinario” che si è descritto più sopra.
Essa si introduce quindi con ricorso da depositarsi presso il tribunale che ha emesso l’ordinanza entro 30 giorni dalla notifica o dalla comunicazione dell’ordinanza. L’atto deve contenere tutti i requisiti previsti dall’art. 414 c.p.c. e può contenere la deduzione di circostanze nuove non dedotte nella prima fase di giudizio oltre ad istanze istruttorie diverse.
Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza (che deve essere fissata entro 60 giorni dal deposito del ricorso stesso) deve essere notificato almeno 30 giorni prima dell’udienza stessa, al convenuto, il quale, a sua volta, deve costituirsi entro 10 giorni prima della medesima, con una comparsa di risposta ai sensi dell’art. 416 c.p.c.. Tale atto deve contenere anche l’eventuale chiamata di un terzo in causa. Qualora ciò avvenisse, il giudice deve fissare una nuova udienza entro 60 giorni e il terzo si deve costituire 10 giorni prima di essa. La memoria di costituzione può, invece, contenere una domanda riconvenzionale solo nel caso in cui essa si fondi su fatti costitutivi identici a quelli del licenziamento (in caso contrario, essa viene separata dal giudizio in corso).
Durante il procedimento, il giudice sente le parti e procede, omessa ogni formalità, agli atti di istruzione ammissibili, assegnando eventualmente un termine per note.
La fase si conclude con una sentenza che deve essere depositata entro 10 giorni dopo l’udienza di discussione e che è provvisoriamente esecutiva.







B. Giudizio di secondo grado

Il giudizio di secondo grado si propone avanti alla Corte d’appello, con reclamo: il deposito del ricorso deve avvenire entro 30 giorni dalla comunicazione o dalla notificazione della sentenza (o entro 6 mesi in assenza di esse). Quest’ultima può essere sospesa dalla Corte d’appello qualora ne ricorrano gravi motivi.
Tale atto, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza (che deve essere fissata entro 60 giorni dal deposito del ricorso) deve essere notificato almeno 30 giorni prima dell’udienza medesima. Il reclamato deve invece costituirsi almeno 10 giorni prima di essa.
Per quanto riguarda il procedimento, la Corte procede agli atti di istruzione ammessi, omettendo ogni formalità non essenziale per il contraddittorio. È necessario precisare che non sono ammessi nuovi mezzi di prova o nuovi documenti, salvo che non siano indispensabili oppure la parte dimostri di non aver potuto produrli prima.
Il giudizio si conclude con sentenza da depositarsi entro 10 giorni dall’udienza di discussione.






C. Giudizio di terzo grado

L’ultimo grado di giudizio deve essere proposto con ricorso alla Corte di Cassazione da depositarsi entro 60 giorni dalla comunicazione o dalla notificazione della sentenza (o entro 6 mesi in assenza di esse), che può essere sospesa dalla Corte d’appello se sussistono gravi motivi.
La Cassazione fissa l’udienza entro 6 mesi dal deposito del ricorso e il procedimento segue il rito ordinariamente previsto dal codice di procedura civile.






Per lavoratori assunti dopo il 2015 (contratto a tutele crescenti)

Il 6 marzo 2015 è stato pubblicato, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, il D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23, recante Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183.
Il D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 si applica esclusivamente ai lavoratori che rivestono la qualifica di operai, impiegati o quadri e, pertanto, non riguarda i dirigenti, che restano assoggettati alla disciplina previgente.
Ai licenziamenti regolamentati dalla disciplina di cui al D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 non si applicano le disposizioni dei commi da 48 a 68 dell'art. 1 della legge 28 giugno 2012 n. 92 (c.d. Rito Fornero).
Conseguentemente, i licenziamenti intimati per giustificato motivo oggettivo nei confronti di lavoratori assunti con un contratto a tutele crescenti non devono essere preceduti dal tentativo di conciliazione di cui all’art. 7 della legge 15 luglio 1966 n. 604, come modificato dalla legge 28 giugno 2012 n. 92.



Ambito di applicazione

In base al D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23, la tutela riservata al lavoratore – in caso di licenziamento – è differente, a seconda che l’assunzione sia avvenuta prima o a far data dal 7 marzo 2015.
In particolare, occorre operare una distinzione fra “nuovi” e “vecchi” assunti.
Sono soggetti alla disciplina di cui al D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 i c.d. “nuovi assunti”, vale a dire i lavoratori a tempo indeterminato assunti dal 7 marzo 2015, o il cui rapporto di lavoro – sempre a partire dal 7 marzo 2015 - sia stato convertito a tempo indeterminato dopo un periodo a tempo determinato, oppure stabilizzato in esito al positivo superamento di un periodo di apprendistato.
Sono altresì soggetti al nuovo regime di tutela i lavoratori assunti prima della data di entrata in vigore del D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 da aziende che, a tale data, occupavano fino a quindici dipendenti e che, in virtù delle assunzioni a tempo indeterminato effettuate dopo, raggiungano in epoca successiva una dimensione occupazionale maggiore.





L’offerta di conciliazione di cui all’art. 6 del decreto legislativo 4 marzo 2015 n. 23

L’art. 6 del D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 disciplina una nuova ipotesi di conciliazione, volta ad evitare il giudizio e ferma restando la possibilità per le parti di addivenire a ogni altra modalità di conciliazione prevista dalla legge.
II datore di lavoro può offrire al lavoratore, entro i termini di impugnazione stragiudiziale del licenziamento, in una delle sedi di cui agli artt. 2113, quarto comma, c.c. e 76 D.Lgs. 10 settembre 2003 n. 276, un importo che non costituisce reddito imponibile fiscale, né previdenziale, di ammontare pari ad una mensilità della retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio mediante consegna al lavoratore di un assegno circolare.
Tale importo, previsto nel testo originario in misura non inferiore a due e non superiore a diciotto mensilità, è stato rideterminato dalla legge di conversione del D.L. 12 luglio 2018 n. 87 in una misura minima non inferiore a tre e non superiore a ventisette mensilità.
Tale importo è dimezzato per le aziende di piccole dimensioni e, in ogni caso, non può superare le sei mensilità.
L'accettazione dell'assegno da parte del lavoratore comporta l'estinzione del rapporto alla data del licenziamento e la rinuncia all’impugnazione del licenziamento anche qualora il lavoratore l'abbia già proposta.
Le eventuali ulteriori somme pattuite nella stessa sede conciliativa, a chiusura di ogni altra pendenza derivante dal rapporto di lavoro, sono soggette al regime fiscale ordinario.











Interessi e rivalutazione monetaria

In ogni caso in cui vi sia condanna al pagamento di somme di denaro in favore del lavoratore, il Giudice deve condannare il datore anche al pagamento degli interessi legali e della rivalutazione monetaria, con decorrenza dal giorno di maturazione del diritto a quello di effettivo pagamento.










Spese di giustizia

A partire dal 16 luglio 2011 è stato esteso anche alle cause di lavoro e previdenziali l’obbligo di versamento del contributo unificato. È così venuto meno il regime di totale gratuità dei procedimenti giudiziari in materia di lavoro e di previdenza e assistenza obbligatorie, che era stato introdotto con la Legge 11 agosto 1973, n. 533.

La nuova disciplina – introdotta con l’art. 37 del D.L. n. 98 del 2011, convertito con Legge 15 luglio 2011, n. 111 –, peraltro, esclude l’obbligo di versamento del contributo unificato per tutti i processi in cui la parte abbia un reddito imponibile, risultante dall’ultima dichiarazione, inferiore a 31.884,48 euro.
Per tutti gli altri casi, l’ammontare del contributo unificato viene stabilito in base al valore della causa, secondo gli scaglioni stabiliti dall’art. 13 del d.P.R. 115/02.

  1. all’art. 9 del D.P.R. n. 115/02 è stato introdotto il comma 1-bis che recita: “Nei processi per controversie di previdenza ed assistenza obbligatorie, nonché per quelle individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego, le parti che sono titolari di un reddito imponibile ai fini dell'imposta personale sul reddito, risultante dall'ultima dichiarazione, superiore al doppio dell'importo previsto dall'articolo 76, sono soggette, rispettivamente, al contributo unificato di iscrizione a ruolo nella misura di cui all'articolo 13, comma 1, lettera a), e comma 3, salvo che per i processi dinanzi alla Corte di cassazione in cui il contributo è dovuto nella misura di cui all'articolo 13, comma 1”,
  2. all’art. 13, comma 3, del D.P.R. n. 115/02, che inizia con “Il contributo è ridotto alla metà …”, è stata introdotta la disposizione: “e per le controversie individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego, salvo quanto previsto dall'articolo 9, comma 1- bis”;
  3. tutte le misure dei contributi unificati previsti dall’art. 13 D.P.R. n. 115/02 sono state innalzate come da Tabella in calce, ed, inoltre, è stato introdotto, all’art. 13 citato, il comma 3-bis che stabilisce: “ove il difensore non indichi il proprio indirizzo di posta elettronica certificata e il proprio numero di fax ai sensi degli articoli 125, primo comma, del codice di procedura civile e 16, comma 1-bis, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, ovvero qualora la parte ometta di indicare il codice fiscale nell'atto introduttivo del giudizio o, per il processo tributario, nel ricorso, il contributo unificato è aumentato della meta'";
  4. il comma 7 dell’art. 37 del D.L. n. 98/2011 recita: “Le disposizioni di cui al comma 6 si applicano alle controversie instaurate, …, successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto”, e l’art. 41 dispone che “Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana ….” ovvero il 6 luglio 2011.

Nonostante siano mancate precise istruzioni da parte del Ministero, si può fondatamente sostenere che:



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Casistica di decisioni della Magistratura in tema di processo del lavoro



Giurisdizione



Questioni di legittimità costituzionale

  1. La disciplina dell'accesso all'impiego presso gli Enti soggetti al patto di stabilità è riconducibile alla materia dell'organizzazione amministrativa delle Regioni e degli enti pubblici regionali e rientra nella competenza esclusiva (residuale) delle Regioni, di cui all'art. 117, quarto comma, Cost. Questo criterio, a norma dell'art. 10 della l. cost. n. 3/2001, vale anche per le Province autonome. E' pertanto costituzionalmente illegittimo l'art. 1, comma 560, l. n. 296/2006, che, per le assunzioni di personale a tempo determinato, dispone di riservare, nel bando delle prove selettive, una quota non inferiore al 60% del totale dei posti programmati ai soggetti coi quali siano stati stipulati uno o più contratti di collaborazione coordinata e continuativa, esclusi gli incarichi di nomina politica, per la durata complessiva - al 29 giugno 2006 - di almeno un anno. (Corte Cost. 11/4/2008 n. 95, Pres. Bile Est. Mazzella, in Riv. it. dir. lav. 2008, con nota di Ilaria Milianti, "Alcuni punti fermi sui rapporti tra potestà legislativa dello Stato e delle Regioni in materia di lavoro pubblico", 494)
  2. È costituzionalmente illegittimo in riferimento agli artt. 24, 111 e 113 Cost., l'art. 30 L. 6/12/71 n. 1034 (Istituzione dei tribunali amministrativi regionali), nella parte in cui non prevede che gli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda proposta a giudice privo di giurisdizione si conservino, a seguito di declinatoria di giurisdizione, nel processo proseguito davanti al giudice munito di giurisdizione. (Corte Cost. 12/3/2007 n. 77, Pres. Bile Rel. Vaccarella, in D&L 2007, 675)
  3. È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 69 c. 7 del d.lgs. 165/2001 nella parte in cui stabilisce la decadenza per le azioni relative a fatti anteriori al luglio 1998 che non siano state proposte al giudice amministrativo entro il 15 luglio 2000, in quanto un termine di decadenza di ventisei mesi non rende "oltremodo difficoltosa" la tutela giurisdizionale nel senso in cui deve essere letta la pertinente giurisprudenza costituzionale (Corte Cost. n. 213/2005; n. 382/2005; n. 197/2006). (Cass. Sez. Un. 15/1/2007 n. 616, Pres. Ianniruberto Rel. Picone, in Lav. nelle P.A. 555)
  4. È inammissibile, poiché non motivata in punto di rilevanza, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 64, 1° e 2° comma, del D. Lgs. 30/3/01 n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), sollevata, in riferimento agli artt. 24, 39, 101, 102, 111 Cost., nella parte in cui ritiene l'accordo- raggiunto dall'Aran e dalle organizzazioni sindacali stipulanti il contratto collettivo circa l'interpretazione autentica o la modifica della clausola controversa- idoneo ad incidere sulla controversia già insorta davanti al giudice, imponendosi con efficacia retroattiva al giudice stesso e configurandosi come interferenza di un potere normativo in un processo in corso. (Corte Cost. 5/6/2003 n. 199, Pres. Chieppa Rel. Vaccarella, in D&L 2003, 577)
  5. Non è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost. dell'art. 58, all. A, RD 8/1/31 n. 148 (Coordinamento delle norme sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro con quelle sul trattamento giuridico economico del personale delle ferrovie, tramvie e linee di navigazione interna in regime di concessione), che demanda alla cognizione del Giudice amministrativo anziché a quello ordinario in funzione del Giudice del lavoro le controversie concernenti la legittimità di sanzioni disciplinari comminate ai dipendenti di aziende autoferrotranviarie. Infatti la delegificazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle aziende esercenti un servizio di trasporto (di cui alla L. 270/88), la soppressione delle funzioni amministrative relative alla nomina dei consigli di disciplina e la generale privatizzazione del settore ferroviario rendono disorganico, disomogeneo e non unitario il criterio del riparto di giurisdizione relativo alla materia disciplinare degli autoferrotranvieri, con ciò vanificando i presupposti del criterio di specialità normativa e rendendo irrazionale ed ingiustificato il sistema di riparto attuale. (Trib. Milano 19/12/2002, ord., Est. Chiavassa, in D&L 2003, 447)
  6. E' manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 58, secondo comma, R.D. 8 gennaio 1931, n. 148, all. A, laddove, quale norma speciale, continua a devolvere alla giurisdizione amministrativa la cognizione dei ricorsi contro i provvedimenti disciplinari concernenti gli autoferrotranvieri, nonostante la intervenuta devoluzione della materia del pubblico impiego al giudice ordinario. Più in particolare, la situazione di incoerenza tra la giurisdizione in materia di provvedimenti disciplinari nei confronti di tutti gli altri lavoratori, sia pubblici che privati, attribuita invece al giudice ordinario, costituisce effetto di una scelta discrezionale del legislatore, la quale non si rende sindacabile dalla Corte Costituzionale neppure quando faccia sì che una disposizione legislativa smarrisca la sua ratio originale, purché la mancanza di coerenza non sia tale (come nel caso di specie non si verifica) da sacrificare interessi costituzionalmente protetti. (Cass. 14/11/2002, n. 16049, ordinanza, Pres. Vessia, Rel. Rosselli, in Lav. nella giur. 2003, 381)
  7. E' rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale relativa all'art. 18 del d.lgs. 387/98, per contrasto con gli artt. 76 e 77 della Cost, nella parte in cui demanda al giudice ordinario le controversie in materia di revoca degli incarichi dirigenziali poiché costituisce, in capo a questo giudice, una giurisdizione esclusiva, in difetto di una delega espressa e in contrasto con gli stessi principi fissati dal legislatore delegante ( l. 59/97) (Trib. Genova 22/9/00, ordinanza n. 753, est. Gelonesi, in Lavoro nelle p.a. 2001, 181, con nota di Nicosia, La giurisdizione del Giudice ordinario sulla revoca degli incarichi dirigenziali al vaglio della Consulta: un freno alla riforma?)





Regolamento di giurisdizione

  1. Il potere di controllo delle nullità (non sanabili o non sanate), esercitabile in sede di legittimità, mediante proposizione della questione per la prima volta in tale sede, ovvero mediante il rilievo officioso da parte della Corte di cassazione, va ritenuto compatibile con il sistema delineato dall'art. 111 della Costituzione, allorché si tratti di ipotesi concernenti la violazione del contraddittorio - in quanto tale ammissibilità consente di evitare che la vicenda si protragga oltre il giudicato, attraverso la successiva proposizione dell'actio nullitatis o del rimedio impugnatorio straordinario ex art. 404 c.p.c. da parte del litisconsorte pretermesso - ovvero di ipotesi riconducibili a carenza assoluta di "potestas iudicandi" - come il difetto di legitimatio ad causam o dei presupposti dell'azione, la decadenza sostanziale dell'azione per il decorso dei termini previsti dalla legge, la carenza di domanda amministrativa di prestazione previdenziale, o il divieto di frazionamento delle domande, in materia di previdenza e assistenza sociale (per il quale la legge prevede la declaratoria di improcedibilità in ogni stato o grado del procedimento) -; in tutte queste ipotesi, infatti, si prescinde da un vizio di individuazione del giudice, poiché si tratta non già di provvedimenti emanati da un giudice privo di competenza giurisdizionale, bensì di atti che nessun giudice avrebbe potuto pronunciare, difettando i presupposti o le condizioni per il giudizio. Tale compatibilità con principio costituzionale della ragionevole durata del processo va, invece, esclusa in tutte quelle ipotesi in cui la nullità sia connessa al difetto di giurisdizione del giudice ordinario e sul punto si sia formato un giudicato implicito, per effetto della pronuncia sul merito in primo grado e della mancata impugnazione, al riguardo, dinanzi al giudice di appello; ciò tanto più nel processo del lavoro, in cui il sistema normativa che fondava l'originario riparto fra giudice ordinario e giudice amministrativo sul presupposto di una giurisdizione esclusiva sull'atto amministrativo, ne ha poi ricondotto il fondamento al rapporto giuridico dedotto, facendo venir meno la ratio giustificatrice di un intenso potere di controllo sulla giurisdizione, da esercitare "sine die". (In applicazione del su esteso principio, le Sezioni Unite della Corte hanno dichiarato inammissibile l'eccezione di difetto di giurisdizione del G.O., sollevata dall'INPDAP per la prima volta nel giudizio di legittimità, in fattispecie relativa alla riliquidazione dell'indennità di buonuscita di un docente universitario). (Cass. Sez. Un. 30/10/2008 n. 26019, Pres. Criscuolo Est. Morcavallo, in Lav. nella giur. 2009, 296)
  2. La proposizione del regolamento preventivo di giurisdizione non è preclusa dall'emanazione di un provvedimento cautelare in corso di causa, poichè esso non costituisce sentenza neppure qualora sia stata contestualmente risolta una questione di giurisdizione, salvo risulti inequivocabilmente che la questione di giurisdizione è stata riferita al solo procedimento cautelare e il regolamento sia stato proposto per ragioni che attengono a esso in via esclusiva. (Cass. 19/1/2007 n. 1144, ord., Pres. Carbone Est. Vitrone, in Dir. e prat. lav. 2007, 2454, e in Lav. nella giur. 2007, 1025)
  3. L'immunità garantita dall'art. 11 del Trattato lateranense non è invocabile dalla Pontificia Università Gregorian, non annoverabile tra gli "enti centrali della Chiesa cattolica" esentati da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano, sicché la controversia inerente al rapporto di lavoro di un dipendente di detta università, nella specie collaboratore di biblioteca, non si sottrae alla giurisdizione del Giudice italiano, non potendosi considerare espressione di una potestà esercitata iure imperii. (Cass. S.U. 19/1/2007 n. 1133, Pres. Carbone Est. Amoroso, con nota di Maddalena Rosano, "L'immunità dalla giurisdizione del giudice italiano nelle controversie di lavoro dei dipendenti di Stati o enti pubblici stranieri equiparati: il caso della Pontificia Università Gregoriana", 209)
  4. Qualora, proposto regolamento preventivo di giurisdizione, non sia disposta – ai sensi dell’art. 367 c.p.c. – la sospensione del processo pendente, la pronuncia sul regolamento non è preclusa dalla sentenza di primo grado, neppure se questa sia passata in giudicato, trattandosi di sentenza condizionata al riconoscimento della giurisdizione da parte della Corte di Cassazione. (Cass. 23/5/2005 n. 10703, Pres. Nicastro Rel. Di Nanni, in Dir. e prat. lav. 2005, 2153)
  5. La circostanza della contemporanea pendenza di due procedimenti dinanzi a giudici diversi (nella specie, giudice amministrativo e giudice ordinario) non esclude l’ammissibilità di un unico regolamento di giurisdizione, allorchè le controversie pendenti davanti ai due diversi giudici siano assolutamente identiche per soggetti, “petitum” e “causa petendi”, sì da potersi ritenere come un’unica causa fra le stesse parti. (Cass. 26/5/2004 n. 10183, Pres. giustiniani Rel Evangelista, in Lav. e prev. oggi 2004, 1060)
  6. La sospensione del processo per effetto della rimessione alla Corte Costituzionale di una questione di costituzionalità non preclude la risoluzione della questione di giurisdizione in sede di regolamento preventivo davanti alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Spetta al giudice ordinario la giurisdizione sulla controversia, instaurata dal sanitario di una Asl, concernente la pretesa al conferimento di un incarico dirigenziale, attribuito, invece, ad altro sanitario. (Cass. 24/9/2002, n.13918, Pres. Ianniruberto, Rel. Evangelista, (ord), in Foro it.2003 parte prima, 316)





Pubblico impiego

  1. Il discrimine temporale tra la giurisdizione amministrativa e quella ordinaria nelle controversie di impiego alle dipendenze delle PP.AA., imperniato sul criterio del periodo del rapporto di lavoro di attinenza della questione arg. ex art. 69, comma 7, D.Lgs. n. 165 del 2001, è determinato dal momento perfezionativo della fattispecie giuridica costitutiva del diritto azionato, nella specie certamente integrato dal fatto storico della prestazione di lavoro resa dal ricorrente. (Trib. Bari 22/1/2015, Giud. Vernia, in Lav. nella giur. 2015, 647)
  2. Rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo un ricorso con il quale sono stati impugnati gli atti di avvio di una procedura per la stabilizzazione delle persone