Illegittimo il “Test del carrello” a fini disciplinari: nullo e discriminatorio il licenziamento del cassiere del PAM sottoposto al test della merce nascosta tra i prodotti del carrello

5 Gennaio 2026

Tribunale di Siena, 5 gennaio 2026

Tipo di Atto: Giurisprudenza di merito

Ha destato giusto scalpore la vicenda del cassiere di un negozio della catena PAM che è stato licenziato per giusta causa all’esito di un test cui era stato sottoposto da un ispettore interno, presentatosi alla cassa con un carrello pieno di prodotti: parte di questi erano stati occultati in scatole di birra e un sacchetto di ortaggi era stato prezzato con l’etichetta di un prodotto meno costoso. Il cassiere aveva già subito un precedente test, superandolo positivamente, e (a differenza di quanto è stato riferito dalla stampa) sapeva che si trattava di un secondo test, ma in questa occasione entrava in agitazione e compiva degli errori, non avvedendosi di una serie di prodotti che passavano la cassa senza pagamento.

Il Tribunale ricostruisce con attenzione la vicenda rilevando diversi elementi: l’assenza di funzioni di vigilanza e tutela del patrimonio aziendale nella declaratoria delle mansioni del cassiere; la contraddittorietà della formazione impartita nel tempo da PAM sulle modalità di gestione della cassa; il fatto che i test fossero indirizzati soprattutto verso lavoratori più anziani e che il ricorrente fosse l’unico ad averne subiti due; lo stato di ansia che le circostanze avevano indotto nel lavoratore. Conclude il Giudice che l’induzione in errore del lavoratore era il frutto di un comportamento artificioso dell’ispettore, idoneo a trarlo in inganno e finalizzato a precostituire una giusta causa di recesso: afferma dunque la sentenza che l’ordinamento vieta il licenziamento “nel momento in cui in modo fraudolento, illecito, il datore di lavoro artificiosamente precostituisce la apparente causale giustificativa”. Rileva inoltre il Tribunale che sussistono nel caso una serie di indici atti a collocare l’episodio nell’ambito di pratiche dirette ad allontanare i lavoratori più anziani e ‘svecchiare’ il personale, tali da connotare il recesso anche per il suo carattere discriminatorio.